Nell’estate del 1985 Palermo era una città in guerra che fingeva di non esserlo. La seconda guerra di mafia aveva lasciato sul selciato centinaia di morti; i corleonesi di Riina avevano sterminato le famiglie perdenti e chiunque, dentro lo Stato, avesse osato alzare la testa: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, il generale dalla Chiesa, Rocco Chinnici. Il 28 luglio e il 6 agosto di quell’anno caddero anche Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Eppure, nei salotti buoni e persino nelle aule scolastiche, resisteva la vulgata rassicurante: la mafia non esiste, o se esiste è un fatto culturale, folclore da non disturbare.
In quella Palermo, dentro il palazzo di giustizia, un gruppo di magistrati stava compiendo l’impresa istruttoria più imponente della storia giudiziaria europea. Il pool antimafia voluto da Chinnici e guidato da Antonino Caponnetto — Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta — aveva trasformato le rivelazioni di Tommaso Buscetta in un’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio di 8.607 pagine: 475 imputati, l’intera cupola di Cosa Nostra chiamata a rispondere, per la prima volta, come organizzazione unitaria, verticistica, piramidale. Era la scommessa dell’articolo 416 bis, introdotto nel 1982 dalla legge Rognoni-La Torre e mai davvero messo alla prova.






