Il Maxiprocesso alla Mafia inizia il 10 febbraio del 1986, in un clima di forte tensione e grande attenzione mediatica, anche internazionale. Le dimensioni del processo sono imponenti: gli imputati sono 475 (460 dopo lo stralcio di alcune posizioni), 200 gli avvocati, 600 i giornalisti accreditati. Per questo motivo serve uno spazio idoneo e in sette mesi, a fianco al carcere Ucciardone di Palermo, viene costruita un’aula bunker, di forma ottagonale e dotata di sistemi antimissilistici, che i reporter chiamano “l’astronave verde”. L’edificio permette il trasferimento sicuro dei detenuti dalle proprie celle alle 30 gabbie presenti nell’aula. Una tribuna posta al di sopra delle celle accoglie i giornalisti, mentre una grande platea ospita avvocati e parte civile.A giudizio vi sono le più alte cariche della mafia siciliana, criminali come Salvatore Montalto, Michele Greco, il cassiere della Mafia Pippo Calò e Luciano Leggio. Latitanti sono invece il capo dei capi Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. Le accuse contro gli oltre 400 imputati sono di associazione mafiosa, traffico di droga, rapine, estorsione e 120 omicidi.Trovare giudici disposti a seguire per lungo tempo un processo di tale portata non è indifferente e, dopo il rifiuto da parte di dieci magistrati, l’incarico viene consegnato ad Alfonso Giordano, esperto in diritto civile. Il giudice a latere sarà invece Pietro Grasso e i pubblici ministeri Domenico Signorino e Giuseppe Ayala. Di grande valore per l’avvio delle indagini e per lo svolgimento del Maxiprocesso sono le dichiarazioni dei pentiti, i quali permettono agli inquirenti di conoscere Cosa Nostra dettagliatamente. I collaboratori di giustizia sono 21, tra di loro due dei più importanti esponenti di spicco della mafia siciliana: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.