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Ultimo aggiornamento: 7:06

Il 10 febbraio 1986 c’era freddo e qualche goccia di pioggia fuori dall’aula bunker del carcere dell’Ucciardone. Il processo che iniziava in quelle ore provava l’esistenza della Cosa nostra siciliana e dei suoi crimini. Oggi sembra una banalità, siamo pieni di maxiprocessi, ma allora era una svolta nella storia non solo giudiziaria italiana.

Fino a qualche anno prima Vito Ciancimino era stato sindaco di Palermo e ora, 10 febbraio ‘86, lui e altre 474 persone (tra cui Totò Riina, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano) erano imputati in quell’aula. Nei sei anni precedenti a quel giorno avevano ucciso tutti quelli che, spesso in solitudine, lavoravano per denunciare e cercare di dare un volto al potere politico della mafia: il presidente della Regione che voleva stoppare gli appalti mafiosi; il procuratore che indagava sui boss; al capo dell’ufficio istruzione che aveva formato il pool di magistrati autori del maxiprocesso avevano messo una bomba sotto casa e un intero isolato era saltato in aria, come a Beirut; al generale dei carabinieri mandato in Sicilia come prefetto antimafia avevano sparato per strada; una mitragliata sotto casa aveva ucciso il commissario che aveva fatto le indagini sugli imputati del maxiprocesso e pochi giorni prima avevano sparato anche al capo della catturandi che li aveva materialmente arrestati. Avevano ucciso anche il leader dell’opposizione in Sicilia e avevano fatto fuori anche otto giornalisti che scrivevano liberamente di mafia.