Pubblicato il: 19/06/2026 – 10:19

di Paola Militano*

Piero Grasso, magistrato tra i volti della lotta alla criminalità organizzata e già Procuratore nazionale antimafia, è autore del libro U Maxi – Dentro il processo a Cosa Nostra. Nel suo racconto il Maxiprocesso di Palermo è il momento in cui lo Stato «ha rischiato molto», stretto tra tensioni, resistenze e tentativi di delegittimazione. Il punto di svolta è giudiziario e investigativo, «la convergenza tra le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i riscontri investigativi», che consente di inchiodare in aula una verità fino ad allora negata, l’esistenza di Cosa Nostra e di una Cupola. Al centro l’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ribaltano la chiave di lettura della mafia come fenomeno «economico, sociale e politico», non solo criminale. Il prezzo da pagare è «la perdita della normalità», una vita sotto scorta e una quotidianità che si ripercuote inesorabilmente sulla famiglia.

Nel racconto del Maxiprocesso emerge uno Stato che vince, ma anche uno Stato sotto pressione. Quanto il sistema di allora ha rischiato di incrinarsi nel sostenere un processo di tale portata?

Ha rischiato molto. Oggi ricordiamo il Maxiprocesso come una grande vittoria dello Stato, ma per arrivare a quel risultato dovemmo affrontare tensioni enormi. C’erano problemi organizzativi, resistenze culturali, polemiche, tentativi di delegittimazione. Non tutti erano convinti che fosse possibile processare centinaia di mafiosi insieme e dimostrare l’esistenza di un’organizzazione unitaria. Eppure il sistema resse perché vi furono magistrati, investigatori, uomini delle istituzioni che continuarono a credere nel proprio lavoro. Quella tenuta non era scontata e rappresenta una delle eredità più importanti di quella stagione.