A volte una vita intera comincia da una piccola, meravigliosa incoerenza. «Spesso mi chiedono: ma ti chiami Pietro o Piero? All’anagrafe sono Pietro ma, come in tutte le famiglie siciliane, sin da piccolissimo mi diedero un soprannome per distinguermi dai cugini che, come me, avevano il nome del nonno. Da allora, per amici e parenti, sono Piero». Così Pietro Grasso si racconta: nasce il 23 dicembre del 1944, ma viene dichiarato il primo gennaio del 1945. Una scelta suggerita dalla nonna, ancora attraversata dalla paura della guerra, per fargli guadagnare un anno in una futura, possibile chiamata alle armi.

C’è già molto, in questo doppio inizio. Una data reale e una data registrata. Un nome pubblico e un nome privato. Una biografia che sembra suggerire un incipit narrativo prima ancora di diventare storia nazionale. Poi la vita ha aggiunto altri ruoli. Procuratore, giudice, Presidente del Senato, autore, presidente di una fondazione. Eppure, attraversando tutte queste forme, Grasso sembra restare legato alla stessa domanda: come si resiste a ciò che vorrebbe imporre silenzio?

La presentazione del suo libro U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra (Feltrinelli, 2026, pagine 304, euro 20) riporta dentro l’aula bunker di Palermo, quella costruita per ospitare il più grande processo alla mafia. Un luogo verde, blindato, affollato di imputati, avvocati, magistrati, parenti delle vittime, giornalisti, forze dell’ordine. Un’aula in cui l’Italia, dopo anni di morti, minacce e omertà, fu costretta a guardare Cosa nostra come un sistema.