La grandine e il vento di venerdì sono stati così forti da piegare quasi fino a terra i pali di metallo e i tralci in un ronco a Fara Novarese. In quella vigna, e in altre di nebbiolo e vespolino nella vicina Sizzano, le viti hanno perso quasi tutte le foglie. Ci sono terreni devastati da un’ondata di acqua e ghiaccio accanto a campi di mais bruciati per una siccità che si protrae da settimane e che aveva già causato non pochi problemi. «Scenari così non li abbiamo mai visti», dicono i viticoltori che in queste ore girano le colline del Novarese per contare i danni nelle loro proprietà, dopo il «downburst» con tanto di tromba d’aria: totali e irreversibili tra Fara Novarese e Sizzano, minori ma significativi nei terreni verso Ghemme, Grignasco, Romagnano Sesia.

«Abbiamo perso tutto» «Abbiamo perso tutto il raccolto di quest’anno e i filari sono danneggiati - spiegano percorrendo i loro terreni -. Significa che per l’anno prossimo non avremo vino da imbottigliare e che la produzione del 2028 sarà ridotta almeno del 50 per cento».Sara Paladini, consigliera novarese del Pd, osservando i suoi quattro ettari di nebbiolo tra Fara e Sizzano devastati dagli effetti del cambiamento climatico, commenta con amarezza: «È inutile raccogliere e lavorare quest’uva. Tra il caldo e l’assenza di foglie che servivano a farle ombra, già domani sarà marmellata». Non ha senso farlo nemmeno per Filippo Prolo che a Fara ha un’azienda vitivinicola dal 1930: «Senza le foglie i grappoli non maturano, tempo una settimana e saranno tutti secchi». La vendemmia si potrebbe anche fare, ipotizza Davide Spagnolini, altro viticoltore di Fara, ma «non sappiamo ancora se ne vale la pena. Rischia di esserci troppa differenza tra il costo del lavoro e il prodotto che ne ricaviamo».