«Non c’è più niente». Gli agricoltori delle colline novaresi non sanno come altro descrivere quello che vedono dopo «mezz’ora di apocalisse» nel primo pomeriggio di ieri. Grandine, pioggia e vento con «una tromba d’aria» hanno devastato vigneti e campi di mais tra Ghemme, Fara, Barengo, Cavaglio d’Agogna, Briona, «danneggiato terreni a Romagnano Sesia» e «sfiorato quelli di Grignasco e Boca». Un «downburst» - questo il nome del fenomeno dovuto ai cambiamenti climatici - con epicentro tra Fara e Sizzano. I grappoli d’uva, pronti per la vendemmia, sono stati distrutti dall’acqua e dal ghiaccio. Su molte piante non c’è più nemmeno una foglia. Al posto dei filari ci sono sterpaglie, con alberi e rami spezzati. «Per quest’anno è finita», si dicono tra loro i viticoltori al telefono o in nei campi, facendosi coraggio l’un l’altro: «Non raccoglieremo neanche un grappolo».
Il disastro a un mese dalla vendemmia Enrico Maggiore, agricoltore che ha terreni a Ghemme, Fara, Barengo e Cavaglio, non sa da che parte girarsi per contare i danni. Ha guidato per tutto il pomeriggio cercando di fare un report per ogni vigneto. «Tutto ciò che rientra nella categoria di “agricolo” è stato spazzato via - dice senza girarci troppo intorno -. Non possiamo salvare nulla, non c’è una foglia attaccata alle viti». Gaudenzio Bernascone, presidente di Cia Novara, descrive a caldo il paradosso che stanno vivendo gli agricoltori di quelle zone: «C’è stato prima il problema del contenimento dei danni per l’assenza di acqua, che portavano le uve a non vinificare. Quando, stringendo i denti, qualcosa si era portato a casa, a un mese dalla vendemmia il disastro». Motivo più che sufficiente per contattare il Comune di Sizzano e chiedere di convocare una Commissione agricoltura: «Bisogna riconoscere questo evento come eccezionale e trovare dei riscontri con la Regione per definirlo “calamità naturale” e ottenere eventuali risarcimenti».









