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Intervista a Valentina Carretta

Psicologa

Siamo entrati nei gruppi online dove digiuno, dimagrimento estremo e controllo vengono normalizzati. La psicologa Valentina Carretta spiega cosa accade a chi finisce dentro questa rete e perché uscirne può essere così difficile.

Ci sono gruppi in cui la fame può essere celebrata, la perdita di peso trasformata in una gara e la sofferenza scambiata per forza di volontà. Per capire cosa accade davvero dentro le comunità Pro Ana, ho condotto un’inchiesta infiltrata in alcuni di questa comunità online, entrando in un mondo fatto di regole, controllo, linguaggi e dinamiche di appartenenza che possono finire per normalizzare comportamenti estremamente pericolosi. Ma cosa porta una persona, spesso molto giovane, a cercare rifugio proprio lì dentro? E perché può diventare così difficile riconoscere il problema e chiedere aiuto? Valentina Carretta, psicologa, ha spiegato i meccanismi psicologici e relazionali alla base di queste comunità: dal bisogno di appartenenza alla ricerca di controllo, fino al ruolo delle “Ana Coach” e al modo in cui il gruppo può rafforzare il disturbo e allontanare dalla cura. Cosa sono i gruppi Pro Ana? “Ana” è l’abbreviazione con cui l’anoressia viene personificata all’interno di alcune comunità online. I gruppi pro-Ana sono spazi digitali, spesso chiusi o difficili da individuare, nei quali la restrizione alimentare, il dimagrimento estremo e il controllo del corpo vengono presentati non come sintomi di una malattia, ma come obiettivi da perseguire. Vi si possono trovare sfide, regole, conteggi delle calorie, fotografie motivazionali, sistemi di controllo reciproco e consigli per nascondere i comportamenti alimentari ai familiari. All'interno di questi gruppi ho trovato una figura particolare: l'Ana Coach. Proviamo a capire chi sono? L’“Ana Coach” è una persona che assume il ruolo di guida: assegna obiettivi, controlla il peso o ciò che viene mangiato, incoraggia la restrizione e può utilizzare colpa, vergogna, ricatti o umiliazioni quando le regole non vengono rispettate. È importante chiarire che “Ana Coach” non è una figura sanitaria né una definizione clinica: dietro questo nome può esserci un coetaneo, un adulto o una persona che sfrutta la fragilità altrui. I disturbi alimentari sono invece patologie complesse, potenzialmente molto gravi, che richiedono una presa in carico tempestiva e multidisciplinare. Perché in questi gruppi ho trovato soprattutto adolescenti o giovani adulti? Questi gruppi non attraggono i giovani perché sono ingenui, ma perché intercettano bisogni profondi: sentirsi compresi, appartenere a qualcosa e recuperare un senso di controllo. Il problema è che offrono una risposta apparentemente semplice a una sofferenza complessa, trasformando un sintomo pericoloso in un ideale da raggiungere. Dietro la ricerca della magrezza, infatti, molto spesso c’è una persona che sta cercando un modo per esprimere qualcosa che ancora non riesce a dire. Non solo, l'adolescenza è il momento in cui si cerca di capire chi si è e quale posto si occupa nel mondo. Questi gruppi offrono apparentemente una comunità di persone che dicono: “Io ti capisco, so che cosa provi”. Una ragazza che si sente sola, incompresa o diversa può finalmente avere l’impressione di appartenere a qualcosa. Cosa spinge ad entrare in questi gruppi? Quando la crescita, le emozioni, le relazioni o il futuro vengono percepiti come imprevedibili, controllare il cibo e il peso può sembrare un modo per controllare almeno una parte della propria vita. L’Ana Coach rafforza questa illusione, trasformando la sofferenza in regole, numeri e obiettivi apparentemente misurabili. Nei gruppi ogni rinuncia può essere premiata con complimenti, attenzione e riconoscimento. Al contrario, mangiare può essere rappresentato come un fallimento. Si crea così un sistema nel quale il comportamento più pericoloso riceve la maggiore approvazione. “Ana” può diventare una sorta di identità: non si è più una persona che sta soffrendo, ma una persona “forte”, “disciplinata” o appartenente a un gruppo speciale. La comunità costruisce un linguaggio proprio, rituali e codici che aumentano il senso di solidarietà e separano gli appartenenti dagli adulti e dal mondo esterno. E qual è il rischio di entrare in questa comunità? Il gruppo normalizza comportamenti patologici e li fa apparire comuni o desiderabili. Riduce la percezione del pericolo e può rafforzare la negazione del problema. Può ostacolare la richiesta di aiuto, perché familiari e curanti vengono presentati come persone che vogliono impedire il raggiungimento dell’obiettivo. Crea una sorta di camera dell’eco: più una persona manifesta comportamenti estremi, più viene riconosciuta e incoraggiata. In alcuni casi si instaura una relazione manipolatoria e fortemente asimmetrica con il coach, che può arrivare a chiedere fotografie, informazioni intime o prove del rispetto delle regole. Le comunità online possono offrire inizialmente una sensazione di sostegno, ma anche diventare altamente attivanti e rafforzare comportamenti autolesivi o alimentari estremi. È importante evitare di dire che un adolescente sviluppa un disturbo alimentare semplicemente perché entra in uno di questi gruppi. Il disturbo non ha mai una sola causa. Tuttavia, in una persona già vulnerabile, questi ambienti possono alimentare il sintomo, renderlo più grave e ritardare l’accesso alle cure. Cosa succede dentro questi gruppi, che impatto hanno? Il pericolo di questi gruppi è che non si limitano a suggerire come dimagrire: modificano progressivamente il modo in cui la persona guarda se stessa, il proprio corpo e le persone che cercano di aiutarla. Il sintomo viene premiato, la sofferenza viene scambiata per forza e la cura può essere vissuta come un fallimento. Per questo è fondamentale intervenire presto, senza colpevolizzare il ragazzo o la ragazza, ma cercando di comprendere quale bisogno e quale sofferenza abbiano trovato risposta all’interno del gruppo. Il rischio principale è che comportamenti pericolosi vengano presentati come normali, desiderabili o addirittura meritevoli. La restrizione alimentare diventa una prova di forza. La perdita di peso viene premiata. La fame, la stanchezza e il malessere vengono interpretati come segnali di successo. Possono essere incoraggiati digiuni, esercizio fisico eccessivo o condotte di compensazione. Il gruppo non crea necessariamente da solo il disturbo alimentare, ma può rafforzare una vulnerabilità già presente, accelerarne l’evoluzione e aumentare la gravità dei sintomi. Frequentando persone che condividono gli stessi comportamenti, ciò che inizialmente appariva estremo può diventare abituale. Si crea una sorta di normalizzazione: “Se lo fanno tutti, forse non è così grave”. In realtà, le alterazioni alimentari possono compromettere seriamente la salute fisica e, negli adolescenti, interferire anche con lo sviluppo delle ossa e del sistema nervoso centrale. Un'altra cosa che ho notato è la doppia vita che conducono queste ragazze e ragazzi. La persona può essere invitata a: mentire su quanto ha mangiato, nascondere la perdita di peso, evitare i pasti con la famiglia, diffidare di genitori, amici, medici e terapeuti, cancellare messaggi o utilizzare profili nascosti. Progressivamente il gruppo può sostituirsi alle relazioni reali. La persona si isola proprio da chi potrebbe accorgersi della sua sofferenza e aiutarla. Quando non si riesce a rispettare le regole imposte dal coach, si può essere umiliati o colpevolizzati. Questo alimenta un circuito molto pericoloso: regola rigida → inevitabile trasgressione → senso di colpa → punizione → regola ancora più severa. La persona finisce per sentirsi continuamente inadeguata e può sviluppare un rapporto sempre più persecutorio con il proprio corpo e con il cibo. Uno dei rischi più profondi è che la persona non percepisca più l’anoressia come qualcosa da cui liberarsi, ma come ciò che la definisce. Lasciare il gruppo o iniziare una cura può allora essere vissuto come: perdere la propria identità, tradire la comunità, rinunciare all’unico ambito nel quale ci si sente capaci, perdere il controllo. Questo può rendere più difficile riconoscere il problema e accettare l’aiuto. Quindi possono ritardare l’accesso alle cure. Sì. Negazione, ambivalenza, segretezza e vergogna sono già caratteristiche frequenti dei disturbi alimentari. Questi gruppi le rafforzano, convincendo la persona che chi vuole curarla sia un ostacolo al dimagrimento. Il ritardo è particolarmente pericoloso perché quanto prima si interviene, tanto maggiori sono le possibilità di recupero. Tornando alle Ana Coach, chi c'è dietro queste figure? Non esiste un unico profilo di Ana Coach e non possiamo sapere con certezza chi si nasconda dietro ogni account. Dietro un’Ana Coach non c’è necessariamente una ragazza che offre consigli sul dimagrimento. Può esserci una persona che soffre a sua volta, ma anche qualcuno che cerca potere, immagini intime o una relazione di dominio. L’aggancio avviene spesso attraverso l’ascolto e la promessa di comprensione. Poi, però, quella vicinanza si trasforma progressivamente in controllo. Per questo il vero obiettivo non è insegnare a dimagrire, ma rendere la ragazza dipendente, obbediente e sempre più isolata da chi potrebbe aiutarla. Le ricerche disponibili descrivono infatti casi nei quali sedicenti coach pro-Ana hanno costruito progressivamente un rapporto di fiducia, chiesto immagini del corpo, aumentato le pressioni e utilizzato il materiale ricevuto per ricattare le vittime o cercare un incontro di persona. Anche in Italia la Polizia Postale ha documentato il caso di un uomo che si presentava online come medico e coach, agganciando ragazze minorenni e inducendole a pratiche estreme di restrizione alimentare e autolesionismo. Proviamo a capire perché cercano ragazze da “addestrare”? La parola “addestrare” è già molto significativa, perché descrive una relazione fondata non sulla cura, ma sul controllo e sull’obbedienza.Le motivazioni possono essere differenti: controllare quanto un’altra persona mangia, quanto pesa e come deve punirsi può offrire al coach una sensazione di superiorità e dominio. La ragazza viene progressivamente portata a pensare: “Da sola non sono capace. Ho bisogno che sia lui o lei a dirmi che cosa devo fare.”Ricerca di conferme Una persona che soffre dello stesso disturbo può cercare altre ragazze per confermare che il proprio comportamento sia giusto. Convincere gli altri può diventare un modo per non mettere in discussione la propria malattia. Avere delle persone da seguire può attribuire al coach uno status: più appare severo, più può essere considerato autorevole, esperto o “forte” all’interno della comunità. Nei casi più gravi, come dicevo il dimagrimento è soltanto il mezzo utilizzato per entrare in relazione con la vittima. Il coach può iniziare chiedendo fotografie apparentemente finalizzate a controllare i progressi. Successivamente può pretendere immagini sempre più intime, minacciare di divulgarle o chiedere incontri. Questo meccanismo presenta caratteristiche simili al grooming online. Come avviene l’aggancio? Il coach non si presenta necessariamente subito come una persona minacciosa. Può inizialmente apparire: comprensivo, disponibile in ogni momento, non giudicante, capace di capire ciò che gli adulti sembrano non comprendere, disposto a offrire gratuitamente sostegno e attenzione. Solo dopo aver ottenuto fiducia introduce regole sempre più rigide, richieste di prove e forme di controllo. Il passaggio può essere graduale: attenzione → fiducia → dipendenza → controllo → ricatto. Il coach intercetta ragazze che spesso si sentono sole, inadeguate, insoddisfatte del proprio corpo o convinte di non essere mai abbastanza. Non sceglie quindi una persona fragile in senso assoluto, ma individua un momento di vulnerabilità e offre una falsa risposta: “Io ti aiuterò a diventare finalmente come desideri.” In realtà, il rapporto non aiuta la ragazza a diventare più autonoma. La rende sempre più dipendente dal giudizio e dalle richieste del coach. Come si può aiutare una persona che rifiuta di riconoscere il problema? La negazione del problema è parte stessa del disturbo alimentare. Non sempre è una scelta consapevole o una semplice ostinazione. Vergogna, paura, ambivalenza e scarsa consapevolezza possono rendere molto difficile riconoscere di avere bisogno di aiuto. Non possiamo costringere una persona a riconoscere immediatamente qualcosa che, in quel momento, non riesce ancora a vedere. Possiamo però restarle accanto, nominare con chiarezza ciò che ci preoccupa e accompagnarla verso un primo incontro con uno specialista. Accogliere non significa assecondare il disturbo: significa non colpevolizzare la persona, continuando allo stesso tempo a proteggerla. La consapevolezza non è sempre il punto di partenza della cura; molto spesso è uno dei suoi primi risultati. Dire continuamente: «Devi ammettere che sei malata»«Guarda come ti sei ridotta»«Basta, devi mangiare» rischia di aumentare chiusura, vergogna e opposizione. È più utile partire da ciò che si osserva concretamente: «Ti vedo molto affaticata, più isolata e preoccupata per il cibo. Sono preoccupata per come stai.» L’obiettivo iniziale non è ottenere una confessione, ma aprire uno spazio di dialogo. Concentrarsi esclusivamente sui chili o sull’aspetto fisico può far sentire la persona controllata e giudicata. È importante interessarsi anche a ciò che sta vivendo: come dorme, quanto è ansiosa, se si sente triste o sola, se ha smesso di frequentare gli amici, quanto spazio occupano il cibo e il corpo nei suoi pensieri, quali difficoltà sta attraversando. Il sintomo alimentare è spesso la parte visibile di una sofferenza più complessa. Dietro il controllo del cibo può esserci il tentativo di gestire emozioni, insicurezze, relazioni o passaggi di crescita difficili. Quindi non giudicare. Accogliere non significa minimizzare o lasciare che tutto continui. Si può dire: «Capisco che tu non senta di avere un problema, ma io vedo dei segnali che mi preoccupano e non posso ignorarli.» Questa posizione tiene insieme due aspetti: rispettare ciò che la persona dice,senza rinunciare alla responsabilità di proteggerla. È importante evitare minacce, umiliazioni, commenti sul corpo e confronti con altre persone. Allo stesso tempo, soprattutto quando si tratta di un minorenne, gli adulti non devono aspettare passivamente che sia lui a chiedere aiuto. La parola “cura” può spaventare. Si può quindi proporre inizialmente: un colloquio conoscitivo, una visita medica per controllare lo stato di salute, un incontro con uno psicoterapeuta esperto di disturbi alimentari, una prima consulenza rivolta ai genitori. La proposta può essere formulata così: «Non ti sto chiedendo di accettare una diagnosi. Ti chiedo soltanto di incontrare una persona competente e raccontarle come stai.» Anche quando la persona rifiuta di partecipare, i familiari possono rivolgersi autonomamente a uno specialista per capire come comportarsi. La famiglia non deve restare sola e può diventare una risorsa importante nel percorso di cura. Ha un ultimo consiglio che vorrebbe dare ai genitori, agli amici o alle persone care di una persona che soffre di disturbi dell'alimentazione? Non aspettare che la persona riconosca completamente il problema. La consapevolezza spesso non precede la cura: può svilupparsi durante la cura. Aspettare che la persona dica spontaneamente «ho un disturbo alimentare» può significare perdere tempo prezioso. Nei disturbi alimentari, un intervento precoce è associato a maggiori possibilità di successo, mentre negazione e segretezza possono ritardare pericolosamente l’accesso ai trattamenti. Non bisogna dimenticare che un disturbo alimentare non riguarda soltanto la dimensione psicologica. Può compromettere lo stato nutrizionale e la salute generale. In presenza di segnali come svenimenti, forte debolezza, disidratazione, confusione, vomito ripetuto, dolore toracico, alterazioni importanti del battito cardiaco o rapido peggioramento, è necessaria una valutazione medica urgente. Il trattamento dovrebbe essere specialistico multidisciplinare e integrato, coinvolgendo le diverse competenze necessarie sul piano psicologico, medico e nutrizionale.