Per gli italiani il caffè “corretto”, con una goccia di grappa o di sambuca, racconta un’abitudine antica che oggi, però, rischia di assumere un significato decisamente meno rassicurante. Un rapporto internazionale, Poison in Your Coffee, firmato da quattro organizzazioni indipendenti, fotografa una filiera molto meno aromatica di quanto immaginiamo. Secondo gli autori, il caffè è tra le colture che fanno più ricorso agli agrofarmaci. Sono 159 i principi attivi autorizzati nei principali Paesi produttori e circa il 60% di essi è vietato nell’Ue perché ritenuto troppo pericoloso per la salute umana o per gli ecosistemi.

Un paradosso per l’Europa, che proibisce l’impiego di molte sostanze nei propri campi, ma continua a importare caffè coltivato con quegli stessi pesticidi, purché i residui restino entro i limiti di legge. In molti casi, quelle molecole vengono persino prodotte da aziende europee ed esportate verso Paesi dove le normative sono meno severe. Una filiera perfettamente legale che, tuttavia, solleva più di un interrogativo sul significato delle parole “sicurezza” e “sostenibilità”. I dati raccolti da PAN Europe e trasmessi all’Autorità europea per la sicurezza alimentare, mostrano che quasi una tazzina su quattro contiene residui di pesticidi vietati nell’Unione e che la loro presenza è aumentata sensibilmente nell’ultimo decennio. Tra le sostanze individuate nel rapporto c’è il clorpirifos, non più autorizzato in Europa dal 2020 per i possibili rischi sullo sviluppo neurologico dei bambini e un insetticida associato da anni al declino degli impollinatori e a possibili effetti sulla salute riproduttiva.