Ogni mattina, 1 miliardo di persone si svegliano e preparano un caffè. Lo fanno con in testa un obiettivo semplice: iniziare la giornata. Non pensano al Brasile, dove nel 2015 sono stati versati quasi 20 milioni di litri di pesticidi sulle piantagioni di caffè, più di quanti ne vengano usati su mais e soia. Non pensano al Vietnam, Paese in cui nell’ultimo quarto di secolo l’uso di pesticidi nel settore è aumentato tra le tre e le cinque volte. Non pensano nemmeno al Kenya, dove il caffè occupa meno dell’uno per cento della superficie agricola del Paese ma assorbe il 27 per cento di tutti i pesticidi impiegati a livello nazionale. Chi la mattina prepara la sua pozione nera con gli occhi ancora stropicciati dal sonno non pensa nemmeno al fatto che una tazza su cinque contiene residui di quelle sostanze. Non ci pensa, spesso, perché non lo sa.È questo il quadro che emerge da “Poison In Your Coffee”, rapporto pubblicato da quattro organizzazioni internazionali – Coffee Watch, Inkota-network, Deutsche Umwelthilfe e Pan UK – che L’Espresso ha letto in anteprima. Lo studio sintetizza letteratura scientifica, dati governativi e ricerca sul campo in Brasile, Vietnam, Kenya, Colombia e altri grandi Paesi produttori. Il risultato è un documento che non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti: quella del caffè, una delle materie prime più consumate al mondo, si è trasformata in un’industria dipendente da pesticidi che molti dei Paesi consumatori hanno già vietato sui propri campi. Ed è questo il paradosso principale che emerge dallo studio: sostanze il cui uso è proibito nell’Unione europea vengono esportate verso le nazioni produttrici di caffè e di fatto reimportate all’interno dei chicchi tanto amati.Qualche numero contenuto nel rapporto. Centocinquantanove sono le sostanze attive utilizzate nelle piantagioni di caffè nei principali paesi produttori. Il 60 per cento di esse rientra nella categoria dei “pesticidi altamente pericolosi”, classificati in base alla loro tossicità per gli esseri umani e per l’ambiente. Il 59 per cento di questi pesticidi è vietato nell’Unione europea. Tra le sostanze documentate ci sono composti associati a cancro, neurotossicità, danni riproduttivi e alterazioni endocrine. C’è il glifosato, classificato dalla International Agency for Research on Cancer come «probabile cancerogeno», ancora largamente utilizzato nonostante decenni di contenziosi legali in tutto il mondo. E c’è il suo metabolita principale, l’Ampa: i ricercatori lo hanno trovato nel 72 per cento dei campioni di caffè analizzati.Il meccanismo alla base di tutto questo ha un nome che nel mondo della politica commerciale si chiama “doppio standard”: le stesse sostanze che l’Unione europea e altre nazioni ricche hanno deciso di vietare sui propri territori continuano a essere prodotte, vendute ed esportate verso i Paesi produttori di caffè, dove i controlli sono più deboli e gli agricoltori hanno poco potere contrattuale. Quel caffè viene poi importato legalmente nei Paesi consumatori. «Abbiamo qui un esempio da manuale di ingiustizia ambientale», spiega Silke Bollmohr di Inkota-network, che ha coordinato la ricerca. «Dietro quasi ogni tazza di caffè c’è un lavoratore agricolo che non ha avuto altra scelta se non maneggiare sostanze chimiche che i Paesi ricchi hanno giudicato troppo pericolose per i propri campi. I lavoratori muoiono e si ammalano. È una questione di diritti umani».Gli agricoltori e le comunità rurali sono ovviamente i più esposti. Attraverso la miscelazione, la nebulizzazione e l’acqua contaminata da pesticidi affrontano un’esposizione ripetuta, spesso quotidiana, ad alcune delle sostanze più pericolose in uso agricolo. Le conseguenze documentate nel rapporto – una sessantina di pagine corredate da grafici, tabelle e fonti – includono avvelenamenti acuti, disturbi respiratori, sintomi neurologici, danni riproduttivi e un aumento del rischio di cancro. I bambini e le donne in gravidanza sono particolarmente vulnerabili. I dati sull’uso dei dispositivi di protezione individuale raccontano da soli quanto sia profonda la disparità tra chi queste sostanze le produce e chi le usa. Nella Repubblica Dominicana, l’87 per cento degli agricoltori intervistati ha dichiarato di non indossare maschere né guanti durante le applicazioni. In India, due terzi non usano alcuna protezione.I danni non riguardano però solo gli agricoltori colpiti direttamente. In Colombia, l’81,3 per cento dei campioni di acque superficiali prelevati nelle regioni di coltivazione del caffè conteneva ad esempio residui di pesticidi. I suoli così si degradano. Gli impollinatori come le api vengono decimati. «L’industria del caffè sta mordendo la mano che la nutre, che in questo caso sono gli impollinatori», avverte Sheila Willis dell’organizzazione no profit britannica Pan Uk. «Ci troviamo in mezzo a una crisi di estinzione di massa e i pesticidi nel caffè continuano a contribuire alla morte di innumerevoli specie vitali». Il paradosso è che quegli stessi impollinatori e quei suoli sani sono la base biologica che rende possibili le alte rese nelle piantagioni: distruggerli, nel lungo termine, significa danneggiare la produttività stessa del settore.Dall’altra parte della filiera ci sono i consumatori, cioè tutti noi che beviamo caffè. Non sappiamo quasi nulla di quello che c’è nelle nostre tazzine, perché le etichette non lo dicono e le aziende – come dimostrano le inchieste giornalistiche degli ultimi anni sulle certificazioni di sostenibilità – non sempre verificano in modo efficace le proprie catene di approvvigionamento. Il rapporto delle quattro ong documenta come i residui di pesticidi siano presenti in modo sistematico nel caffè già tostato e macinato che arriva sugli scaffali dei supermercati. In media, un campione su cinque risulta contaminato. Per alcune sostanze la percentuale è molto più alta: nel caso dell’Ampa, il metabolita del glifosato, il dato sale al 72 per cento. «Come consumatrice di caffè trovo tutto questo scandaloso – dice Etelle Higonnet, fondatrice e direttrice di Coffee Watch - Data la quantità di menzogne e di omissioni, i consumatori non hanno idea di cosa ci sia davvero nel loro caffè».Le organizzazioni che hanno redatto il rapporto hanno anche rivolto un appello esplicito a governi, aziende e consumatori: vietare l’esportazione dei pesticidi banditi per uso interno; sostenere la transizione verso sistemi ecologici; rafforzare i controlli sui residui e le ispezioni alle importazioni; riformare i sistemi di certificazione; aumentare la trasparenza nelle catene di approvvigionamento. Il rapporto non si limita infatti a documentare il problema. Dedica una sezione alle soluzioni, con un avvertimento: piccoli ritocchi non bastano. Sostituire un pesticida con un altro leggermente meno tossico non spezzerà il circolo vizioso. Secondo le associazioni la trasformazione reale passa per l’agroecologia, i sistemi di coltivazione all’ombra, il controllo biologico e quadri normativi più severi. Ma gli agricoltori non possonono farlo da soli: hanno bisogno di supporto finanziario, assistenza tecnica e incentivi di mercato. «L’industria del caffè deve smettere di gestire i sintomi e cominciare ad affrontare la sua malattia profonda», dice Svane Bender di Deutsche Umwelthilfe. «Ogni tazza di caffè può avvelenarci o sostenere un futuro sicuro e sano, le soluzioni esistono».La domanda è se chi ha il potere di cambiare le cose – le multinazionali del settore, i governi dei paesi consumatori, la Commissione europea – abbia la volontà di farlo. La storia delle certificazioni di sostenibilità nel caffè non fa essere ottimisti: come hanno documentato anche le inchieste pubblicate da L’Espresso, il divario tra impegni dichiarati e realtà è spesso abissale. Il rapporto aggiunge un altro livello al problema. Non si tratta solo di salari equi o di condizioni di lavoro dignitose, questioni per cui queste stesse ong autrici del report si stanno già battendo come dimostrano le cause legali in corso negli Stati Uniti contro alcune delle maggiori multinazionali del settore. Per sistemare il settore bisogna guardare anche alla filiera. E alle sostanze che entrano nelle tazzine di chi quel caffè lo beve, ignaro, ogni mattina.