Non c’è corrispondenza tra le mascherine che la JC Electronics Italia dell’imprenditore Dario Bianchi, vicinissimo al partito di Giorgia Meloni, ha dichiarato di aver importato dalla Cina e quelle depositate nel magazzino di Pomezia. «La differenza è evidente anche nel packaging». I dispositivi, poi, non risultano conformi alle norme previste dal governo per contrastare la pandemia, ma avrebbero «capacità di filtrazione inferiore all’89,75%». È quanto scritto nel verbale della struttura commissariale, datato 14 aprile 2022, che l’ex premier Giuseppe Conte, sotto attacco della maggioranza per la gestione dell’emergenza Covid, ha ricevuto allegato a una lettera anonima e ha depositato in procura a Roma. Il documento riguarda la maxi fornitura di dispositivi della JC bloccata perché ritenuta non conforme agli standard richiesti. Dopo lo stop, ha preso il via la causa civile, ma, al termine del primo grado che aveva riconosciuto alla società un risarcimento di 200 milioni, l’esecutivo decide di transare. E, per chiudere il contenzioso, ha versato alla ditta del frusinate cento milioni di euro. In commissione parlamentare, Conte ha fatto riferimento al verbale e ha chiesto «ulteriori approfondimenti sulla vicenda» e sulla transazione. A suo avviso, ci sarebbero stati gli estremi per proseguire la causa civile nei successivi gradi di giudizio sperando di ribaltare la prima decisione. Sui social, il leader M5s si rivolge direttamente alla premier: «Li hai 5 minuti per rispondere all'Italia? A noi piace la verità, a voi evidentemente fa male». Il documento consegnato da Conte ai magistrati, che La Stampa ha potuto visionare, è il verbale di un incontro tra rappresentanti dell'area legale e logistica della struttura commissariale e dell'Agenzia delle Dogane sulla verifica delle forniture consegnate dalla JC Electronics. La ditta di Bianchi, che durante la pandemia ha accantonato la produzione di materiale elettronico per dedicarsi alle mascherine, ottiene dalla protezione civile un contratto per una fornitura di 10 milioni di dispositivi per un costo di oltre 2 euro ciascuna. Nel verbale (che l’azienda sostiene sia stato già portato in giudizio civile) è scritto: «Nelle spedizioni la JC dichiarava l’importazione di maschere Laianzhi, mentre durante i sopralluoghi sono stati rinvenuti dispositivi» di altri produttori. Per 164.510 mascherine il produttore è indicato come «indefinito». In merito alla qualità dei materiali consegnati, si legge nelle carte, «le attività di sopralluogo effettuate consentono di affermare la difformità delle maschere visionate rispetto a quelle previste». Ulteriori differenze «sono riscontrabili anche nel packaging del prodotto». Nella domanda presentata, «la confezione riporta espliciti riferimenti alla registrazione presso la Food and Drug Administration statunitense e la dicitura CE FFP2», mentre nei prodotti trovati nel magazzini di Pomezia quei riferimenti sono assenti. Compare invece la scritta: «Non medical usage». «Non a uso medico».
Le carte di Conte che accusano la ditta delle mascherine: “Quei dispositivi non rispettavano le norme”
Le carte presentate dall’ex premier in procura a Roma e lo scontro sulla transazione milionaria













