Bologna, 7 agosto 2026 – Quando succede un evento tragico o drammatico si tende a ricordare, anni dopo, perfettamente dove fossimo e cosa stessimo facendo quando ci arrivò la notizia. Tutti noi sappiamo dire con esattezza dove ci trovavamo l’11 settembre, o quando nel 2020 arrivò la notizia del primo lockdown e, se eravamo sufficientemente vicini, sappiamo ricordare il momento in cui abbiamo avvertito quella forte scossa di terremoto che poi ha devastato un territorio. Succederà probabilmente anche con la notizia della morte di Francesco Guccini e fin qui è la prassi.

Francesco Guccini, morto a 86 anni

Io posso già dire che stavo acquistando un’auto usata, litigavo con uno operatore bancario e quando ho letto la breaking news per prima cosa ho pensato, per associazione di pensiero automatica, che “nelle auto prese a rate, dio è morto”. Ore dopo, parlando con un collega, quasi spontaneamente ci siamo detti invece dove eravamo e con chi quando abbiamo scoperto per la prima volta la musica di Francesco Guccini. Ed ecco, il giorno dopo, due eventi di originalità estrema che fanno della morte del maestrone una morte differente.

Il primo: dov’eravamo la prima volta e non l’ultima. Un’epifania al posto di un requiem. Un fatto normale, per un artista che così tanto ha amato la vita. Non è un caso se l’Ultima Thule, l’ultimo lavoro di inediti di Francesco Guccini – un bel disco, chiariamo – non è rimasto nel cuore dei suoi tanti fan e le sue canzoni ieri non sono state cantate a squarciagola nelle strade al pari di altre. E’ perché parlava della sua morte. Guccini lo ha fatto con straordinaria arte e poesia, figlia di un impagabile “saper usare o no ad un certo metro”, ma noi fan da quell’orecchio non abbiamo voluto sentire, e quindi il disco lo abbiamo ascoltato e poi rimosso.