Quasi 1,9 milioni di giovani italiani tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi di formazione.
Dietro la sigla Neet — Not in Education, Employment or Training — convivono condizioni molto diverse: ricerca di lavoro senza esito, scoraggiamento, percorsi interrotti, lavoro sommerso, divari territoriali e responsabilità familiari. Sono dati noti, che da anni commettiamo l’errore di leggere come un insieme indistinto. Ad esempio, ignorarne la composizione di genere non è stato soltanto un limite analitico, ma anche un errore politico.
Il Rapporto Dedalo della Fondazione Gi Group, Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno, mostra che il 59 per cento dei Neet tra i 15 e i 34 anni è costituito da donne: oltre un milione di giovani escluse dai luoghi nei quali si costruiscono autonomia e futuro. Lo sguardo di genere modifica radicalmente la lettura delle cause. Il 43,8 per cento delle donne indica come ragione principale dell’inattività non il disinteresse verso il lavoro, ma le responsabilità familiari e di cura. Tra gli uomini la quota è appena del 3,8 per cento.
DISPARITÀ INSOPPORTABILI
Una distanza di quaranta punti percentuali non può essere ricondotta alle scelte individuali. Descrivono un’organizzazione sociale nella quale la cura continua a essere attribuita alle donne come una funzione naturale, gratuita e inesauribile. La maternità rende questa asimmetria ancora più evidente. Il 49,4 per cento delle donne Neet è costituito da madri: una percentuale quasi sei volte superiore a quella dei padri. La nascita di un figlio modifica la vita di entrambi, ma solo per uno dei due rischia di diventare una porta d’uscita dalla formazione e dal lavoro. Per molti uomini la paternità resta compatibile con la continuità professionale. Per molte donne la maternità comporta invece una sottrazione di tempo, reddito e possibilità.








