Il fenomeno dei Neet in Italia ha sempre avuto una dimensione sociale rilevante, ma ci sono numeri nel Rapporto Dedalo della Fondazione Gi Group, “NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno”, che dovrebbero far riflettere chiunque si occupi di politiche giovanili e di genere: oltre un milione di giovani donne, si ritrova involontariamente fuori dai percorsi di studio, formazione e lavoro. Il 59% del totale dei Neet tra i 15 e i 34 anni è infatti una giovane donna. Il 43,8% di loro indica le responsabilità familiari e di cura come causa principale dell'inattività contro il 3,8% degli uomini. Il 49,4% di loro sono madri in coppia, un tasso quasi sei volte superiore a quello dei padri. Il 43,1% delle donne NEET si colloca al livello massimo di gravità nella scala di esclusione dal mercato del lavoro introdotta dal Rapporto. Dati che non descrivono soltanto una condizione statistica, ma una perdita di capitale umano, progresso economico e partecipazione sociale.

È un Rapporto, dedicato quest'anno a una lettura profonda di genere del fenomeno, che rovescia infatti una narrazione distorta, mostrando che il rischio si annida proprio dove meno lo vediamo perché il fenomeno dei Neet non può essere semplificato con un breve acronimo dietro il quale milioni di giovani vivono fasi differenti, di smarrimento, bloccati in percorsi interrotti o mai avviati e dietro il quale si cela un enorme gender gap anche tra coetanei. Senza distinguere queste situazioni, qualsiasi intervento legislativo rischia di essere inefficace e infatti nonostante il miglioramento registrato dal 2020, l’Italia resta tra i Paesi europei più esposti al fenomeno, distantissimo dall'obiettivo europeo di ridurne il numero sotto il 9% entro il 2030.