Ho scritto numerosi articoli sulla urgenza assoluta di una riforestazione urbana, a Roma come nelle altre città. Ho scritto di come le piazze romane rifatte per decine e decine di milioni senza alberi siano un insulto ai cittadini, ma anche all’intelligenza dei politici stessi, perché non si può scoprire la crisi climatica nel 2026 come invece sembra (e se la Sovrintendenza non voleva alberi, allora lo si doveva dire chiaro e tondo prima di proporre progetti faraonici e pieni di foreste).

D’altronde ormai sui social network, rispetto ai temi della vivibilità urbana (romani e non) non si parla che di alberi. Piantare alberi è l’obiettivo assoluto, quello che tutti vogliono e che può, a detta di tutti, rendere le nostre città luoghi vivibili e non luoghi di morte. Lo ha scritto Mario Tozzi sulla Stampa, lo ha ribadito il biologo Stefano Mancuso, mentre tutti gli architetti in questi giorni, ad esempio Massimiliano Fuksas, stanno ribadendo che senza alberi non si va da nessuna parte (forse sarebbe stato meglio dirlo prima e magari inserirli nei propri progetti già finiti, nda). Ma focalizzarsi solo sugli alberi rischia di farci perdere di vista che gli alberi sono solo un tassello della strategia per combattere il caldo. E che, anche se mitigano la temperatura, rappresentano soprattutto una forma di adattamento. Come ha spiegato Mercalli in questa intervista, la presenza di alberi può abbassare la temperatura di un paio di gradi, ma se sei a 40 il sollievo sarà relativo.