Francesco Guccini ci ha lasciato. Una cultura musicale come cantastorie. Non un cantautore. Un cantastorie. Nel senso antico del termine. Quello che va di piazza in piazza, di osteria in osteria, e racconta. Con la chitarra a tracolla e la memoria addosso. Cultura e tradizione sono nel suo linguaggio. Orchestrato intorno a metafore che la poesia musicata rende in forma sublime ed evocativa. C’è una poesia musicata sulle corde della musica. E c’è una poesia parlata, recitata. In Guccini i due aspetti coincidono. La lingua della poesia si integra nel linguaggio musicale fino a non distinguersi più.
Oggi non è più pensabile creare cesure tra la poesia che troviamo in alcuni cantautori e la poesia detta dal poeta. La cultura popolare, i simboli sommersi nel linguaggio, l’offerta pop, l’interazione tra immagine musicale e immagine lirica: sono tutti modelli integranti di una poetica. E Guccini ne è maestro.
C'è un ritmo del reale ben evidente. Il cantautore ha in più rispetto al poeta tradizionale: il ritmo. Non è solo il ritmo della parola. È il battuto della musica. Ed è qui che l’intreccio tra parola e musica ha bisogno della metafora. Non come ornamento. Come definizione espressiva. L’espressione non è un sentire. È un linguaggio. È cosmologia di archetipi. Guccini lo sa. E lavora le parole come un artigiano. “Cercate di capire / che il mondo è grande / e che ci sono dentro anch’io”. Semplice. Diritto. Eppure archetipico. È l’uomo che chiede posto nel mondo. Come nei canti popolari. Se Battiato è Proust, Guccini è Gadda. Se Battiato è tempo cosmico, Guccini è tempo storico.










