Il cantautorato italiano perde uno dei suoi maestri. Il maestro per eccellenza. Anzi, «il Maestrone», così come lo chiamavano gli amici non solo per la sua corporatura massiccia, ma anche per il peso specifico che ha avuto nella cultura italiana nell’ultimo mezzo secolo. Francesco Guccini se ne è andato stanotte all’età di 86 anni, in seguito a un improvviso malore. Lascia un vuoto incolmabile nella musica italiana. Parlano per lui canzoni come Incontro, Eskimo, Farewell, Il vecchio e il bambino, L’avvelenata, Amerigo, che hanno trovato interlocutori in tutte le generazioni e attraversato i decenni, parlando prima ai suoi coetanei, poi ai figli e infine ai nipoti. E pensare che nel mondo della musica lui, che ricordava di essere «nato quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale», ci entrò con atteggiamento riluttante: da autore, ancor prima che da cantautore, firmando brani per Caterina Caselli, gli Equipe 84 i Nomadi, che incisero le sue Auschwitz, Per fare un uomo, Noi non ci saremo e Dio è morto (censurata nel 1965 dalla Rai per il contenuto del testo, ritenuto blasfemo - eppure secondo una leggenda piaceva tantissimo a papa Paolo VI). Fu proprio l’ex casco d’oro della musica italiana a scoprirlo e lanciarlo.