Ho ascoltato, da medico ma anche da consigliere dell’associazione dei familiari delle vittime del Covid Sereniesempreuniti (che si propone di conoscere tutta la verità sulla pandemia), l’audizione del 6 agosto dell’ex Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, durata dalle 15 alle 20, a proposito del periodo più buio della nostra storia recente. Di fronte alla Commissione Covid e a tutti gli italiani che hanno avuto voglia di non dimenticare, Conte ha tenuto, almeno per le prime tre ore, un comizio autoriferito su tutto quello che dí positivo il suo governo avrebbe fatto. Ma voglio cominciare dal principio.

L’avvocato del popolo è arrivato a fare il Presidente del Consiglio nel primo governo (Lega-M5S) del 23 maggio 2018 essendo nominato, non eletto, e nel secondo (PD-M5S-Liberi e uguali) dell’agosto 2019, quello della pandemia. A lui, appunto nominato, è andata bene qualunque idea che gli garantisse una delle poltrone più alte dell’ordinamento italiano. Poi si è trovato davanti ad un baratro.

Ieri ha iniziato la sua relazione con un attacco e con carte anonime che la magistratura vaglierà. Poi un lungo elenco di cose belle fatte confermando quel suo “andrà tutto bene” di fantozziana memoria mentre gli italiani cadevano come birilli soprattutto in Regione Lombardia e nella bergamasca (cita solo il Piemonte ed il Veneto come Regioni da lui indicate come le vere cause di quello che l’amministrazione locale avrebbe dovuto fare). In questa ottica si loda (ma spesso si imbroda) di aver utilizzato i decreti disposti in prima persona (DPCM), come mezzo per emanare “editti” ai quali tutti, associazioni, politici e persino cittadini, dice, sì potevano opporre, non essendo vere e proprie leggi parlamentari.