di
Simone Canettieri
E dalla maggioranza insinuano: gli scrivono le risposte da fuori
Mancava solo Rocco Casalino. Perché nelle prime tre ore filate del suo intervento «il presidente» Giuseppe Conte ha portato le lancette dell’orologio indietro di sei anni. In una retrospettiva dettagliatissima della pandemia in Italia — piena di acronimi ormai quasi dimenticati come Cts e Dpcm — che, con un booster di malizia, è sembrata una proiezione del leader M5S in vista delle prossime elezioni. Un «green pass» di autorevolezza. Un memento ai leader del Campo largo che suona così: «Ragazzi, io ho gestito una crisi come quella del Covid, ho trattato con l’Europa sui fondi per la ripartenza, siamo stati un modello». Insomma, care compagne e compagni, lui sa dove mettere le mani, ed è pronto a sfidare Giorgia Meloni: è con lei che si vuole confrontare (un punto lo porta a casa, perché la premier in serata gli risponde). Ad ascoltarlo, ironia della sorte, c’erano anche due dei suoi ex ministri, Francesco Boccia e Stefano Patuanelli.
Dettaglio di realtà: invece che a Palazzo Chigi l’ex premier si è trovato a evocare, difendere e rilanciare le delicate scelte prese all’epoca dal suo secondo governo (quello con Pd e Iv), al secondo piano di Palazzo San Macuto, già sede del tribunale dell’Inquisizione. Conte, avvocato del popolo e per un pomeriggio anche di sé stesso, ha cercato da giurista di sfruttare il «processo» nei suoi confronti come una catapulta. Ha respinto così prima il delitto e poi l’eventuale castigo: «Non sono stato un disertore, ma non mi sento nemmeno un eroe: mi sono fatto trovare dove era necessario».










