Più che un’audizione davanti alla commissione Covid, è stata una lunga arringa difensiva. Giuseppe Conte non si è presentato per interrogarsi sulle decisioni che hanno segnato la vita di milioni di italiani, ma per rivendicarle quasi una a una. E lo ha fatto costruendo un racconto in cui gli errori sembrano appartenere sempre agli altri.
La commissione trasformata in un «plotone d’esecuzione», gli avversari politici accusati di «strumentalizzazioni sterili», lui dipinto come il bersaglio di una campagna permanente. «Chi parla di paura sicuramente non mi conosce», ha rivendicato. E ancora: «Sull’onore non accetterò mai lezioni». Più che l’inizio di un’audizione, il prologo di una requisitoria.
Il resto dell’intervento ha seguito lo stesso copione. Conte ha alternato rivendicazioni politiche, riflessioni di sapore filosofico e una narrazione intrisa di richiami etici, nel tentativo di attribuire un significato più alto a decisioni che ancora oggi dividono profondamente il Paese. Ha parlato di «scelte tragiche», di «incertezza», di «ferite nell’anima dei cittadini», fino ad arrivare alle sue dieci «lezioni dalla pandemia». Il risultato, però, è sembrato molto meno profondo delle intenzioni: una sequenza di luoghi comuni, paternalismo e autocelebrazione, con pochissima autocritica e molti passaggi in cui la retorica ha preso il posto dell’analisi.











