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Tra il 7 e l’8 agosto, agli Europei di nuoto di Parigi, si gareggerà nei tuffi da grandi altezze, la disciplina forse più spettacolare e pericolosa dell’intera manifestazione. Non lontano dalla Tour Eiffel, atlete e atleti si tufferanno da una piattaforma alta 20 metri direttamente nella Senna, raggiungendo in aria velocità superiori ai 70 chilometri orari.
I tuffi da grandi altezze (high diving, in inglese) esistono da poco nelle grandi competizioni acquatiche e – per ragioni fisiche, tecniche e ambientali – sono quasi sempre una cosa a parte rispetto a quelli che vediamo di solito alle Olimpiadi, dove al massimo ci si tuffa da 10 metri.
Eppure questo sport è antichissimo. Sono almeno due secoli che le persone si buttano in mare dalle scogliere, e già alla fine del Settecento gli abitanti delle isole Hawaii praticavano il lele kawa, una cosa a metà tra un rituale e uno sport che letteralmente si può tradurre «saltare a piedi in avanti da una scogliera nell’acqua senza produrre schizzi». Si racconta che questo salto, molto pericoloso, fu eseguito per primo dal re Kahekili proprio per dimostrare il proprio coraggio.
Fino ai primi anni Duemila, comunque, i tuffi da grandi altezze erano uno sport amatoriale, legato più al fascino dei luoghi in cui si praticava che alle prestazioni dei suoi atleti. D’altronde è difficile che uno sport così pericoloso venga regolamentato e riconosciuto dalle federazioni ufficiali, che si preoccupano sempre di più della sicurezza dei propri atleti.













