La parrucca venne repentinamente appoggiata sul divano. Non la toglieva mai all’improvviso, sapeva che quel gesto ci feriva lo sguardo. Non eravamo abituati a vederla calva, la pelle lucida del capo ci spaventava. Lei lo sapeva. Io pensavo che fosse meglio il turbante: l’illusione di non vedere faceva scomparire la malattia e la paura di morte che aleggiava in casa.

Le porsi il foulard, mi vergognai di quel gesto, ma lei capì e lo arrotolò velocemente con un nodo sul capo. Mi resi con to che sul corpo smagrito anche la vestaglia di nylon rosa, un tempo stretta, le cascava addosso come il vestito di un clown. “Devo parlarti,” mi disse. Lo sapevo, avevo sempre saputo che prima o poi ci sarebbe stata la necessità di dirci delle parole, parole che non sarebbe stato più possibile cambiare, da cui non sarebbe stato più possibile tornare indietro. Mentre io non riuscivo a sostenerne lo sguardo, vidi alcune lacrime scivolare sul nylon della vestaglia.

“Sto morendo, quando accadrà chiamate vostro padre,” poi si voltò, facendo cenno di andarsene via. Possono le parole di morte trasformare il pietismo in rabbia e ribellione? Puoi sentire nell’anima il desiderio di infierire su tanta fragilità? Eppure, accadde. La trattenni prendendo il lembo della vestaglia, spingendo il suo corpo senza forze verso la finestra. Urlai con tutte le mie forze che ci stava dicendo di cercare l’uomo che per più di dieci anni ci aveva fatto detestare, che una madre non può abbandonare i propri figli, solo una madre degenere lo fa.