Le commemorazioni, le corone di fiori, le autobiografie. Poi, quando la magistratura chiede di vedere le chat tra un uomo delle istituzioni e il prestanome di un clan, la maggioranza alza il muro. È così che Paolo Borsellino viene ucciso una seconda volta: trasformato in un santino innocuo, da mostrare alle cerimonie e dimenticare nelle scelte concrete. Perché Borsellino va bene il 19 luglio. Va bene nelle fotografie in bianco e nero. Va bene nelle frasi pubblicate sui social. Va bene sotto una corona di fiori, tra una fascia tricolore e una scorta di telecamere. Va bene persino dentro un’autobiografia, per giustificare una carriera politica e un impegno. Poi, però, arriva il giorno in cui bisogna scegliere davvero. Il giorno in cui la lotta alla mafia smette di essere una didascalia e diventa una decisione politica. Il giorno in cui bisogna stabilire se aiutare i magistrati a ricostruire i rapporti tra un rappresentante delle istituzioni e un uomo coinvolto in un’indagine sui soldi di un clan. E quel giorno la destra italiana sceglie di chiudere la porta.
Il 5 agosto la Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le conversazioni tra Andrea Delmastro Delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia. La relazione del centrodestra è stata approvata a scrutinio segreto con 206 voti favorevoli e 133 contrari. Non è un dettaglio procedurale. È una scelta politica. Caroccia non è un passante incontrato al bar. È stato condannato definitivamente a quattro anni per intestazione fittizia di beni ed è oggi indagato per riciclaggio nell’inchiesta sui presunti interessi economici del clan camorristico dei Senese. Le conversazioni richieste dalla Procura erano contenute nel suo telefono, sequestrato durante le indagini.














