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La maggioranza di destra nega alla procura di Roma l’uso delle chat tra un l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e un prestanome di camorra come Mauro Caroccia. Solo l’ultima delle contraddizioni per un governo che predica durezza coi criminali, ma è indulgente con colletti bianchi, pistoleri e amici suoi.

Andrea Delmastro e Mauro Caroccia Qualcuno un giorno ce lo spiegherà lo strano senso per la giustizia di questo governo. Qualcuno un giorno troverà il nesso che unisce “l’intima gioia di non far respirare”un detenuto al 41 bis su una camionetta della polizia penitenziaria, parola e musica di Andrea Delmastro, con un governo e una maggioranza che negano alla procura di Roma di poter usare, o anche solo visionare,le chat tra lo stesso Delmastro con un prestanome del clan camorristico dei Senese, con l’evidente ed intima gioia di vedere soffocare in culla un’indagine della procura di Roma sulla criminalità organizzata e su un boss, Michele O' Pazzo, al 41 bis. O tra un governo che approva un decreto sul riconoscimento facciale attraverso l’intelligenza artificiale nonostante sia contro le regole europee sancite dall’AI Act e che fa spallucce sui giornalisti spiati, ma che limita l’uso delle intercettazioni telefoniche per le indagini della magistratura al fine di tutelare la reputazione e il buon nome degli indagati. O tra un governo che si inventa un reato al giorno contro i maranza, i manifestanti ambientalisti, o qualunque fattispecie umana abbia un'origine straniera o una militanza a sinistra e un governo che cancella reati come l’abuso d’ufficio, o fa strame dei poteri e delle prerogative di magistrature indipendenti come la Corte dei Conti, per chiunque sia dotato di un colletto bianco e faccia parte di qualsivoglia classe dirigente, meglio ancora se quella degli amichetti d’Italia. O tra un governo che butta via la chiave per chiunque impugni un’arma bianca, meglio se con la pelle un po’ più scura e un età compresa tra i 14 e i 18 anni, ma sta senza se e senza ma con chi spara con un’arma da fuoco, sia esso un poliziotto milanese, un assessore leghistao ungioielliere piemontese, bianchi, adulti e italianissimi, chiedendo per loro pietà, perdono e grazia. O tra una presidente del Consiglio folgorata sulla via della politica da un magistrato integerrimo come Paolo Borsellino, che ha lottato tutta la vita contro le ingerenze della politica nella magistratura, e poi suggerisce capi di imputazione ai pubblici ministeriche indagano sulle percosse a un poliziotto in una manifestazione di piazza o che se la prende coi magistrati che “non remano nella stessa direzione del governo”, quando scarcerano persone a lei sgradite. Qualcuno un giorno ce lo spiegherà. Ma forse quel qualcuno, prima, dovrebbe spiegare loro che quella scritta nelle aule di giustizia non è lì per bellezza. Che la legge è uguale per tutti, per davvero. Anche per i parlamentari, Anche per i sottosegretari alla giustizia. Anche per gli avvocati penalisti della presidente del consiglio. O almeno dovrebbe esserlo.