«E poi, e poi, gente viene qui e ti dice/ di saper già ogni legge delle cose./ E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco/ di verità fatte di formule vuote./ E tutti, sai, ti san dire come fare/ quali leggi rispettare, quali regole osservare. /Qual è il vero vero./ E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle/ fanno a chi parla più forte/ per non dir che stelle e morte fan paura»
Lo chiamavamo «Maestrone» per la cultura, la statura, forse anche per la barba. E continuavamo a chiamarlo «Maestrone» perché a scuola e nelle università nessuno spiegava quello che cantava lui. Ancora dai versi dalla succitata «Canzone della bambina portoghese»: «E capirai che la vera ambiguità/ è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini/ E poi, e poi, che quel vizio che ci ucciderà/ non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro/ cioè vivere, vivere e poi, e poi vivere». Touché, no? Tanto che ieri persino il cordoglio è stato bipartisan, sincero o meno. Il «vero vero» nell’era delle fake news. Si sentiva un dinosauro Guccini, e ci sentiamo dei dinosauri anche noi che con le sue ballate siamo cresciuti, alla sua scuola, alla sua buona scuola. La Rai celebra Francesco Guccini e cambia i palinsesti: programmi e tributi Rai per ricordarloDove la scuola genovese, De André in primis, guardò alla lezione della chanson francese, Guccini, Guzèn quando stava nella sua Pavana - il borgo sull’Appennino pistoiese dove è cresciuto, ha vissuto a lungo e è spento ieri a 86 anni - era dylaniano, se non dylaniato. L’America, quella dei fumetti, dei film, del sogno che rischiava spesso di diventare incubo, del fingerpicking, delle folk song antiche e moderne, era il suo orizzonte, ammirato però dalla provincia della natia Modena (14 giugno 1940) o dalla Bologna patria adottiva. «Emilia paranoica» urleranno decenni dopo i Cccp, per il giovane di simpatie socialiste che si è divertito ad insegnare italiano in un campus della Pennsylvania, la terra di Peppone e don Camillo, era un ponte tra la via Emilia e il West, tra demonio e santità, tra Lambrusco e popcorn. Giornalista mancato, muove i primi passi musicali in balere, imitando il twist ed il rock’n’roll importato da Peppino Di Capri. Si fa le ossa con i Gatti, che poi si uniscono ai Giovani Leoni di Maurizio Vandelli, futuro leader dell’Equipe 84 a cui affiderà «Auschwitz», mentre i Nomadi lanciano «Dio è morto». Siamo a metà degli anni Sessanta, la nascente canzone d’autore non ha ancora credibilità politica, meglio affidarsi ai complessi beat. Il primo lp, «Folkbeat n.1» è acerbo e passa inosservato, ma non a tutti, che gli argomenti e un talking blues segnalano quello chansonnier che si riprende qui anche «Noi non ci saremo» e «L’antisociale», lanciate dal gruppo di Augusto Daolio. «Due anni dopo» (1970) contiene una canzone d’amore anomala davvero, «Vedi cara», e canta la «Primavera di Praga» di Dubcek e Jan Palach. «L’isola non trovata» (1971) rinsalda la sua nascente fama grazie anche alla mitologia di «Asia», ma è «Radici» a fare la differenza nel 1972. In copertina i nonni e i prozii, Pavana sullo sfondo: «La casa è come un punto di memoria/ Le tue radici danno la saggezza/ e proprio questa è forse la risposta/e provi un grande senso di dolcezza». Disco-capolavoro, c’è «La locomotiva», certo, ma anche «Canzone della bambina portoghese», «Il vecchio e il bambino», «Incontro». La militanza non offusca la poetica, Guccini ha vocabolario ricco e rimario sorprendente, anche se a volte gli arrangiamenti non rischiano quanto potrebbero. Ormai è un caposcuola, come De André, come De Gregori. I suoi concerti sono affabulatorie esperienze in cui armato di chitarra e bottiglia di vino, improvvisa gag e battute. «Opera buffa» (‘73) è una parentesi, un live tra il Folkstudio romano e l’Osteria delle Dame bolognese. Nelle osterie di fuori porta ha messo a fuoco ispirazione e parametri di comunicazione, capacità empatiche, voglia di non clonare sè stesso. Anche «Stanze di vita quotidiana» (‘74) sembra confermare il periodo di transizione, portando ad un altro capodopera, «Via Paolo Fabbri 43»: l’indirizzo di casa per titolo, il faccione per copertina, il j’accuse contro la sinistra che voleva processare anche lui esplode nell’urlo di «L’avvelenata». Le parolacce scandalizzano e cambiano la società italiana che cerca anche così di entrare nella modernità dopo gli anni di immobilismo bigotto democristiano. Il disco sfonda in classifica, i tour di Guccini non hanno mai tempi serrati, l’artista pretende rispetto e tempo. «Amerigo» nel 1978 insegue un prozio emigrato negli Usa, il lato B - siamo ancora nell’era del vinile - affida a «Eskimo» la narrazione autobiografica di una relazione scandita da diversità sociali ed urgenze politiche: «Con l’incoscienza dentro il basso ventre ed alcuni audaci in tasca “L’unità”, la paghi tutta e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità”». Un live con i ritrovati Nomadi, «Metropolis» (1981) con «Bologna» e «Bisanzio», «Guccini» (‘83) con «Autogrill», «Signora Bovary» (‘87) con quella «Keaton» firmata con il troppo dimenticato Claudio Lolli, il montaliano «Quello che non» (1990), «Parnassius Guccini» (‘93) con «Canzone per Silvia» (Baraldini, si intende) e la dylaniana «Farewell», «D'amore di morte e di altre sciocchezze» (‘96) con «Cirano», «Stagioni» (2000) con dediche a Che Guevara e Carlo Giuliani, e «L’ultima Thule» (2012), completano una carriera che dal vivo si è fermata nel 2011. Il Maestrone è stanco, ha iniziato a trovare scarsa ispirazione per nuove canzoni e più gusto nei libri che scrive da solo (Cròniche epafàniche, romanzo d’esordio del 1989, resta il migliore) o con Loriano Macchiavelli, il giallista bolognese con cui si inventa indagini poliziesche sull'Appennino tosco-emiliano, protagonisti il maresciallo Benedetto Santovito o l'ispettore forestale Pietro Poiana. I ritorni, le collaborazioni, le partecipazioni a dischi-tributo non sempre necessari, lo distraggono dagli acciacchi, dalla malattia che non gli permette più di suonare la chitarra, ma soprattutto di leggere. Ieri la notizia tanto temuta. Domani i funerali, in forma privata a Pavana. A settembre Giunti pubblicherà un suo nuovo libro, Calde le pere, un romanzo nato da una storia popolare, e la famiglia annuncia una commemorazione pubblica. Intanto, (ri)suoniamo le sue canzoni. Ciao Francesco, ciao, e grazie di tutto.











