Immigrazione 06 agosto 2026 I tentativi dell’Italia e di molti altri governi sembrano dimostrare che gli hub fuori dai confini nazionali costano troppo ANSA Nella riunione informale dei ministri dell’Interno dell’Unione europea di martedì 4 agosto, oltre a discutere della crisi migratoria di Ceuta, diversi governi hanno rilanciato la possibilità di esternalizzare una parte della gestione dei rimpatri creando degli hub appositi in dei Paesi terzi.

Il nuovo regolamento dell’Unione in materia, in vigore dal 12 giugno, consente in effetti di stipulare accordi con Paesi terzi per due diverse finalità: creare i cosiddetti return hubs, dove trasferire cittadini extra-Ue dopo il rigetto della domanda di asilo e in vista del rimpatrio; oppure centri nei quali alcuni richiedenti asilo attendano l’esito della propria domanda, sul modello originariamente previsto dall’accordo tra Italia e Albania. Ma se il nuovo quadro giuridico rende oggi questi accordi più praticabili, resta aperta la domanda più concreta: quanto costa davvero spostare fuori dall’Europa una parte della gestione dei migranti? Le esperienze disponibili suggeriscono che, una volta superati gli ostacoli giuridici, il vero problema diventa quello economico.Il caso del Regno Unito Uno dei primi casi concreti in cui un Paese occidentale ha tentato una via simile è il Regno Unito. Nell’aprile 2022 il governo guidato dal conservatore Boris Johnson firmò un accordo con il Rwanda – un piccolo Paese dell’Africa centro-orientale senza sbocchi sul mare – per trasferire alcuni richiedenti asilo nel Paese africano, dove sarebbe stata valutata la loro richiesta di accoglienza ed eventualmente rimpatriati. Anche nel caso in cui la domanda fosse stata accettata, però, i migranti sarebbero rimasti in Rwanda, che si sarebbe occupato della loro accoglienza.