Chiudere le intese con i Paesi terzi entro dicembre per aprire i primi hub nel 2027. È il cronoprogramma che il governo italiano porta al tavolo europeo dopo l'emergenza di Ceuta: centri per il rimpatrio dei migranti irregolari fuori dai confini dell'Unione, sul modello Albania, ma finanziati almeno in parte da Bruxelles e non esclusivamente dai bilanci nazionali. Il 2027, per inciso, è l'anno in cui si voterà in Italia.Domani (4 agosto) sarà uno dei passaggi decisivi, quando si riunirà da remoto il Consiglio straordinario dei ministri dell'Interno convocato dopo la crisi dell'exclave spagnola e in cui per l'Italia parteciperà Matteo Piantedosi. Già oggi, però, alla riunione degli ambasciatori a Bruxelles, l'Italia dovrebbe di chiedere di mettere il piede sull’acceleratore. Nell'idea di Palazzo Chigi gli hub potranno avere una gestione condivisa da due o più Stati membri, con spese comuni. Non è l'unico dossier: Roma dovrebbe chiedere anche l'applicazione del programma “Gsp+”, in vigore dal primo gennaio 2027, che lega i vantaggi sui dazi ai Paesi in via di sviluppo alla loro effettiva collaborazione sulle riammissioni. Dalla Commissione filtra una disponibilità prudente: pronti a valutare proposte compiute e basate sulla cooperazione strategica. Resta il nodo dei fondi.La spinta nasce dall'asse Roma-Copenaghen. La lettera promossa dai due governi e sottoscritta da 22 capi di Stato e di governo - indirizzata a Ursula von der Leyen, António Costa e alla presidenza di turno irlandese - è stata la leva per convocare il vertice. I contatti tra Giorgia Meloni e la socialdemocratica Mette Frederiksen sarebbero quasi quotidiani e un primo cronoprogramma era già stato discusso, su impulso italo-danese, al Consiglio europeo di fine giugno. Sulla stessa linea si muovono Germania, Austria, Paesi Bassi e la Grecia di Kyriakos Mitsotakis, che ha fissato pubblicamente lo stesso traguardo: accordi entro il 2026, strutture operative dal 2027.Sulla geografia circola un’ampia lista preliminare: Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Etiopia, Montenegro. Sull'Uganda hanno già manifestato interesse Berlino e Vienna; sul Ruanda, dopo il fallimento dell'esperimento britannico, sta negoziando Copenaghen. E c’è anche il Montenegro presenta un paradosso, che però a gennaio 2028 diventerà territorio europeo.Il precedente albanese resta il punto debole. Com’è noto, il progetto dei centri al di là dell’Adriatico è in gran parte incompiuto: le previsioni parlavano di tremilaa persone al mese e fino a 36 mila l'anno, con procedure accelerate di frontiera per le domande d'asilo. Da aprile dello scorso anno il sito di Gjadër - un centro per richiedenti asilo da 880 posti, un Cpr da 144 e un penitenziario da 20 - funziona solo come Cpr: qualche centinaio di transiti e rimpatri limitati. All'hotspot di Shëngjin i trattenimenti non sono stati convalidati dai giudici.In Europa la cornice normativa c'è già. Il 17 giugno il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il Regolamento rimpatri, tassello del Patto migrazione e asilo: ordine di rimpatrio europeo con mutuo riconoscimento delle decisioni, detenzione fino a 24 mesi prorogabili a 30, fine della sospensione automatica in caso di ricorso e, soprattutto, la possibilità di istituire return hub in Paesi terzi sicuri, anche senza un legame diretto con la persona da espellere.
Migranti, la spinta dell'Italia sui return hub europei in Paesi terzi e l'asse con la Danimarca della socialista Frederiksen
Il cronoprogramma: chiudere le intese entro fine anno per aprire i primi centri nel 2027 (quando si voterà in Italia). Domani il dossier sarà sul tavolo del Con











