Con tono da furbo leguleio, pseudo-argomentazioni che non conoscono logica e una descrizione mistificante dei fatti, durante le dichiarazioni di voto successive alle comunicazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sull’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia, Giuseppe Conte è riuscito a parlare per ben dieci minuti distraendo, con i suoi giochi da prestigiatore, dai dati di realtà. A partire dal piccolo particolare dell’aggressione russa all’Ucraina e della guerra ibrida condotta contro l’Europa.

Il governo chiedeva al Parlamento un mandato politico per domandare all’Unione europea il massimo margine di flessibilità disponibile nel triennio fino al 2028: circa 14,4 miliardi per interventi destinati a ridurre la dipendenza energetica, e circa 21,7 miliardi per la difesa.

Conte ha concentrato il proprio intervento essenzialmente sulla difesa. È partito dall’impegno assunto dal governo in sede Nato a destinare entro il 2035 alla difesa e alla sicurezza il 5 per cento del Pil. Da par suo, ha presentato questo impegno come una cambiale firmata dal governo, interamente destinata agli armamenti – cosa che non è – e pronta a prosciugare sanità, scuola e politiche sociali. Non diversamente ha trattato la cifra dei 21 miliardi “per la spesa militare”, immediatamente contrapposti alle bollette, al caro carburante e alle imprese in difficoltà.