Il riassetto dell’intelligence militare e del dominio cibernetico è una scelta giusta e tardiva. Ma lascia aperta la domanda che nelle crisi arriva sempre per prima: chi decide e davanti a chi risponde. L’analisi di Raffaele Volpi

In ogni crisi che mi è capitato di attraversare, la domanda che arriva per prima non è mai quella che ci si aspetta. Non è cosa è successo. È di chi è. Le informazioni, quasi sempre, ci sono già: arrivano frammentate, da canali diversi, con tempi diversi, e qualcuno le sta guardando. Quello che manca, nelle prime ore, è il titolo per usarle. Chi ha frequentato quelle stanze lo sa e non lo dice volentieri, perché è una verità poco elegante: il tempo che si perde non si perde nell’ignoranza, si perde nella competenza contesa.

Ho ripensato a questo leggendo il disegno di legge sul rafforzamento della capacità di difesa nazionale approvato il 4 agosto. Nel dibattito è passato quasi tutto sugli organici, sulla riserva, sui numeri. Ma il cuore politico del testo sta altrove, in poche righe che riguardano l’intelligence militare e il dominio cibernetico, e che vanno lette per quello che sono.

Non è la creazione di qualcosa di nuovo. Il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore aveva già cambiato nome, diventando comando interforze con una dizione che unisce intelligence e cyber, prima ancora che il testo arrivasse al Consiglio dei ministri; e verso quel comando si era già mosso, nei mesi scorsi, personale proveniente dalla struttura che presidia le operazioni in rete. La legge, insomma, certifica un fatto già compiuto. In Italia accade spesso, e non è sempre un difetto: è il modo in cui un’organizzazione seria sopravvive a un legislatore lento. Ma cambia la natura della discussione che si aprirà in autunno. Non si deve decidere se fare. Si deve decidere come governare ciò che è già stato fatto.