Nella casella mail dei tecnici di Palazzo Chigi è atterrato da qualche giorno il testo di un decreto che farà parlare di sé, dentro e fuori il governo, al rientro dalla pausa estiva. Riforma il ministero della Difesa. Cambia le regole per nominare le alte sfere militari. Ma soprattutto entra in un terreno politicamente assai delicato, su cui da tempo è in corso un “derby” fra diversi apparati dello Stato: la cybersecurity. Ovvero l’accesso ai dati sensibili di centinaia di pubbliche amministrazioni, aziende partecipate e private che lo Stato italiano considera “essenziali” per il lavoro che svolgono. Andiamo con ordine.
Nella bozza di decreto, riferiscono diverse fonti qualificate al Messaggero, c’è un articolo apparentemente di natura “tecnica”, in realtà molto concreto. Prevede di garantire al ministero guidato da Guido Crosetto l’accesso agli “elenchi” dei soggetti che rientrano nel cosiddetto “perimetro di sicurezza cibernetica”. Sono centinaia. La lista è tenuta segreta.
Si tratta di una lunga schiera di entità, fra cui diverse partecipate che operano nel mondo della difesa e dell’economia, che godono di una tutela speciale dello Stato proprio perché esposte a rischi. Devono mantenere standard altissimi di sicurezza informatica, “blindare” l’accesso ai sistemi interni per scongiurare a tutti i costi intrusioni di hacker che avrebbero conseguenze imponderabili, in termini di perdita di capitale economico e soprattutto di informazioni riservate che fanno gola a nazioni straniere. Si coordinano con i Servizi segreti italiani e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e se non lo fanno vanno incontro a multe salatissime.






