Cyber, ricerca e riserva sono i principali banchi di prova della trasformazione dello strumento militare italiano. Il disegno di legge crea alcune condizioni utili, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di reperire personale qualificato, costruire nuove strutture e mettere a disposizione risorse adeguate. Più che un punto d’arrivo, il provvedimento rappresenta l’avvio di un percorso ancora lungo e complesso. Conversazione con il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa
La riforma della Difesa rappresenta un primo passo per adattare lo strumento militare italiano a un contesto strategico profondamente cambiato. Airpress ne ha parlato con Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, secondo cui il provvedimento crea alcune condizioni necessarie, ma la sua attuazione dipenderà dalla capacità di costruire nuove strutture, reclutare competenze e trovare risorse oggi ancora insufficienti.
Generale Camporini, quanto è urgente riformare oggi la Difesa italiana e il disegno di legge approvato in consiglio dei ministri può rappresentare un punto di partenza?
L’urgenza è determinata dalla rapidissima evoluzione del quadro strategico. La nostra Difesa è strutturata razionalmente sulla base di concetti classici di conflitto, ma oggi ci troviamo di fronte a una situazione nella quale il conflitto non è più soltanto classico. Si articola in moltissime forme, delle quali il combattimento sul campo di battaglia è solo una delle espressioni e, qualche volta, non è neppure la più pericolosa. Occorre quindi controllare e verificare ciò che accade nello spazio cibernetico, comunicativo e informativo. Su questi fronti bisogna necessariamente creare strutture in grado di consentire al Paese di affrontare le crisi che possono verificarsi.










