Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenuti«Non funziona così». Ha ragione Elly Schlein quando stoppa Giuseppe Conte sulle primarie da svolgersi prima del programma. Ma non per la ragione che dice lei, ossia che prima viene il programma e poi le primarie per la scelta del candidato presidente del Consiglio dei ministri.

Il punto cruciale della politica italiana è proprio questo: ogni volta che i partiti concorrono per la guida del paese, devono mettersi lì a tavolino a studiare il modo per mettersi insieme e per scegliere la leadership. Quelli più svelti a cogliere il vero nocciolo della questione, ossia che non ci sarà mai una politica estera comune tra le varie sinistre in campo, così come non c’è una politica economica o energetica univoca da poter mettere nero su bianco, dicono di fare finta di niente. Andiamo alle primarie e poi tutti allineati con chi vince, chiunque sia. La soluzione sperimentata nel centrodestra è quella di indicare per Palazzo Chigi il lader del partito che ha preso più voti, in modo che Quirinale non possa avere nulla da eccepire sul dare l’incarico. Tuttavia, è stata un’operazione che è riuscita a metà. Infatti FI, Fdi e Lega risolsero la questione del programma unico siglando una grande scambio fra alleati: regionalismo differenziato a te, separazione delle carriere in magistratura a loro e premierato a noi. Una modalità che non ha portato a un granché di risultati. Sotto il profilo della leadership, invece, va ammesso che il presidente del consiglio, una volta insediatosi, si è reso protagonista di una certa evoluzione positiva, rispetto alle premesse della campagna elettorale, sia sotto il profilo del rigore dei conti pubblici che in politica estera, dove il suo sostegno a Kiev non ha mai traballato, mentre ha saputo fare sintesi sul resto evitando i numerosi ostacoli.