Pubblicato il: 05/08/2026 – 12:25

La geografia del commercio mondiale sta cambiando e il Mediterraneo è tornato a occupare una posizione strategica che sembrava aver perso negli ultimi decenni. Le tensioni nel Mar Rosso, l’instabilità nello Stretto di Hormuz e le difficoltà di transito attraverso il Canale di Suez hanno costretto compagnie di navigazione e operatori logistici a ripensare rotte, scali e catene di approvvigionamento. Come evidenzia l’Italian Maritime Economy Report 2026, il Mediterraneo non rappresenta più soltanto un corridoio di passaggio tra Atlantico e Indo-Pacifico, ma un’area in cui commercio, produzione ed energia si intrecciano in modo sempre più stretto. In questo scenario, il Mezzogiorno italiano si trova in una posizione particolarmente favorevole per intercettare una quota crescente dei traffici internazionali: oggi il sistema portuale del Sud movimenta quasi la metà del traffico marittimo nazionale secondo SRM, un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficilmente immaginabile per un’area storicamente considerata periferica rispetto ai grandi hub del Nord Europa.Non si tratta soltanto di una risposta contingente alle crisi che interessano gli stretti marittimi. Un’analisi dell’Atlantic Council evidenzia come i Paesi del Golfo stiano accelerando gli investimenti in corridoi terrestri alternativi verso gli sbocchi mediterranei, all’interno di una strategia di integrazione regionale ben più ampia del semplice aggiramento dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è costruire una rete logistica più resiliente, capace di collegare il Golfo al Mediterraneo attraverso Oman, Egitto e Siria. Secondo l’analisi, lo sviluppo di questi corridoi potrebbe intercettare una quota significativa dei flussi che oggi transitano attraverso Hormuz, contribuendo a rendere il Mediterraneo un nodo logistico sempre più centrale. Il progressivo riposizionamento dei flussi commerciali verso il Mediterraneo appare quindi come una trasformazione strutturale del commercio internazionale, destinata a proseguire anche oltre l’emergenza geopolitica.La stessa direzione emerge dal diciannovesimo Rapporto Export SACE, RE-Agire: l’Italia alla sfida dell’export globale, presentato all’inizio di luglio 2026. Le stime indicano una crescita dell’export italiano di beni del 2% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,8% nel 2028, con l’obiettivo di raggiungere quota 700 miliardi di euro. A sostenere questa dinamica contribuiranno sia il graduale ritorno alla normalità nelle aree di crisi del Medio Oriente sia una crescente diversificazione geografica delle esportazioni italiane. Tra i sedici Paesi individuati da SACE come piattaforme strategiche figurano, non a caso, Marocco ed Egitto, mentre le esportazioni verso i diciotto Paesi prioritari del Piano Mattei hanno già raggiunto un valore di 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024. Si tratta di mercati che stanno assumendo un peso sempre maggiore nei bilanci delle imprese italiane, comprese quelle PMI che fino a pochi anni fa concentravano la quasi totalità delle proprie vendite all’interno dell’Unione europea.