Ma cosa significa raccogliere un patrimonio di conoscenze? «Il vero lascito è immateriale. Il lavoro non serve solo ad arrivare a fine mese, ma a esprimere il proprio talento e a dare vita a nuove forme di bellezza. È come se i maestri dicessero: “Io sono stato felice facendo questo mestiere, ti consegno gli strumenti perché possa esserlo anche tu”». La mostra quest’anno mette al centro la relazione tra luce, materia e gesto. Quale di questi elementi è rimasto più vivo nel passaggio tra generazioni? «La consapevolezza del gesto», risponde. «Una mano allenata, a un certo punto, non deve più preoccuparsi della tecnica e può concentrarsi sulla bellezza. È proprio questo il senso di An Island of Light, il tema di questa edizione, mettere in luce il valore di gesti magistrali e di competenze spesso invisibili, ma oggi più che mai necessarie. Il mestiere d’arte non appartiene al passato, ma rappresenta una strada concreta per il domani». Che cosa si sta invece indebolendo nel passaggio di testimone? «Un po’ di audacia: il coraggio di aprire una bottega, creare un percorso proprio e trasformare un talento in impresa». A Homo Faber, questa nuova generazione arriva da Paesi molto diversi. Eppure, secondo Cavalli, condivide tratti comuni. «La cosa interessante è la riscoperta delle proprie radici. In un’epoca in cui molti crescono tra culture differenti, interrogarsi su ciò che li definisce è già un gesto rilevante. A questo si aggiunge il desiderio di fare a mano e di trasformare molteplici influenze in qualcosa di inedito: oggetti essenziali, non banali né ridondanti».