VENEZIA - La luce come elemento portante per esplorare il talento umano. Torna l'appuntamento con Homo Faber, giunto alla quarta edizione, che dal'1 al 30 settembre all'isola di San Giorgio a Venezia propone centinaia di mestieri e di artisti internazionali del craft in 15 spazi espositivi.La proposta, che quest'anno si sviluppa dal titolo "An insland of light" prende lo spunto dalla Michelangelo Foundation. «Homo Faber - dice infatti il direttore generale di Michelangelo Foundation Alberto Cavalli - non è una fiera, non è una manifestazione, ma è una celebrazione della bellezza. E l'appuntamento biennale di Homo Faber è solo la punta di diamante di una costellazione di eventi, azioni, progetti promossi dalla Michelangelo Foundation. Homo Faber è un movimento culturale che celebra la trasformazione creativa e consapevole dei materiali; è l'espressione dell'autenticità dei luoghi».
«L'iniziativa - aggiunge Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Cini - mette in mostra una contaminazione sorprendente di pensiero e di manifattura. Mai come oggi, ci troviamo a interrogarci sulla relazione tra manufatti, arte, industria e intelligenza artificiale; conosciamo il ruolo del fare artigiano nell'industria creativa e di precisione, ma ora lo vediamo soprattutto come un capitale di soft power, soprattutto in un'epoca di grandi trasformazioni e inquietudini». La direttrice Es Devil punta quindi a valorizzare le competenze e il talento dei maestri dell'arte fondendo la luce alla creatività. LA PROPOSTA Il primo spazio che di fatto apre il percorso è A Language of Hands ricrea l'ambiente di lavoro di una bottega artigiana. «La proiezione di una composizione multimediale - spiegano infatti gli organizzatori - permetterà al pubblico di immergersi in una dimensione creativa fatta di suoni e atmosfere. Dall'atelier si passa a An Index of Artisans, una galleria luminosa di ritratti in bianco e nero raffiguranti le centinaia di uomini e donne che hanno realizzato gli oggetti in mostra. Un modo per "fare la loro conoscenza" ma anche una dichiarazione di intenti: tutto ciò che è possibile ammirare a Homo Faber 2026 è nato dall'unione di cuori, mani e menti». Da qui si arriva all'area intitolato An Alphabet of Objects, dove un'imponente struttura cilindrica in movimento proietta le sagome di oltre 100 opere di alta manifattura sulle superfici della sala, grazie a un suggestivo effetto luminoso. Una scultura evanescente come la luce e le ombre che la compongono, che evoca un linguaggio ideografico e immaginifico. «Gli oggetti che animano questo spazio - concludono i promotori - sono stati scelti per le loro forme sorprendenti, per le tonalità che si rifanno ai toni della terra e per il modo in cui interagiscono con la luce, in un gioco che evoca antichi geroglifici, pittogrammi cinesi e raffigurazioni ancestrali». E prima de Labirinto di Borges, che chiude il viaggio, c'è l'opera corale Twenty Silent Songs: 20 pannelli rettangolari, ciascuno dei quali fa da cornice ad altrettanti pannelli circolari decorati con motivi legati alle onde sonore emesse da 20 immaginarie campane, interpretati da altrettanti maestri artigiani e atelier dai cinque continenti.







