La recente ordinanza della Corte di giustizia dell'Unione europea e la ormai imminente definizione del bando tipo nazionale per l'assegnazione delle concessioni demaniali marittime hanno riacceso un dibattito che tanto interessa i pugliesi.

Ho letto dichiarazioni entusiaste di chi considera questa ordinanza l'inizio di una nuova stagione per i diritti dei concessionari balneari. Inviterei tutti loro a maggiore prudenza. L'ordinanza merita di essere letta con attenzione, ma ribadisce principi che conosciamo da tempo e ripropone questioni che accompagnano questa vicenda ormai da anni.

Ma non è questo il punto sul quale vale la pena ragionare, secondo me. Da molti anni seguo il tema delle concessioni demaniali marittime. L'ho fatto da sindaco di una città costiera, quando il Comune di Lecce decise di non applicare automaticamente la proroga delle concessioni fino al 2033, assumendosi la responsabilità di un contenzioso che avrebbe contribuito ad aprire uno dei passaggi giurisprudenzali più importanti degli ultimi anni. Continuo a seguirlo oggi, perché sono convinto che dietro una discussione apparentemente tecnica si nasconda una delle questioni più interessanti del rapporto tra opportunità e rendita, diritti e libertà. Un tema nel quale serve, a mio avviso, affermare un punto di vista progressista a fronte di una lettura di semplice conservazione.