Il 22 luglio è arrivata l'ordinanza della Corte di giustizia depositata il 10 nella causa C-574/25. È stata letta, quasi per riflesso, come l'ennesima sconfitta dei balneari. Ma il testo dice qualcosa di più interessante, e molto meno automatico: prima di mettere a gara una concessione bisogna sapere se la spiaggia, in quel territorio, sia davvero una risorsa scarsa.

Tutto ruota attorno a una parola: «purché». Che le concessioni balneari possano rientrare nella direttiva Bolkestein non è una scoperta. La Corte però non si ferma lì. Dice che il numero delle autorizzazioni deve essere limitato dalla scarsità della risorsa naturale e che quella scarsità deve essere accertata dall'autorità nazionale competente, sotto il controllo del giudice. Per vent'anni abbiamo trattato questo passaggio come una formula già compilata. Non lo è. È una verifica da fare, e da quella verifica dipendono gare, rinnovi e poteri dei Comuni.

Il Governo italiano ha provato a farla con la nota di Palazzo Chigi del 6 ottobre 2023. Su 7.458 chilometri di costa, quasi 5.000 sono balneabili e poco più di 2.000 risultano in concessione. Meno della metà. Se quei numeri reggono, il problema non è la natura che manca, ma l'amministrazione che deve decidere. La Corte non cancella quella ricostruzione: chiede al giudice di verificarla. E lascia in piedi un punto essenziale. L'accertamento nazionale vale finché il singolo Comune, con un atto proprio e motivato, non dimostri che nel suo territorio la spiaggia è davvero scarsa. Solo a quel punto scattano gara e divieto di rinnovo.