di Renato Albanese*

La violenza sul lavoro non arriva sempre da un utente, da un collega o dall’iniziativa isolata di un superiore. Può passare anche dal modo in cui il potere viene esercitato, quando la paura di perdere il posto rende accettabili ordini insicuri, silenzi e rinunce.

La sentenza n. 25337/2026 della Cassazione penale riguarda una vicenda grave. Alcuni lavoratori erano stati costretti, sotto minaccia di licenziamento, a lavorare per venti ore consecutive, a svolgere attività diverse dal proprio profilo, a dipingere silos senza dispositivi di sicurezza e, in un altro episodio, a fornire una versione non veritiera di un infortunio sul lavoro. I giudici di merito avevano descritto un “sistema punitivo a progressione scalare”. L’espressione va oltre il singolo ordine o la singola minaccia. Descrive un meccanismo nel quale le persone imparano che rifiutarsi, chiedere protezione o raccontare ciò che è accaduto può avere un costo. È qui che il caso entra nel terreno della prevenzione. La sicurezza perde efficacia quando rispettare una regola espone il lavoratore a un rischio personale maggiore di quello che dovrebbe segnalare. Chi opera senza protezioni, tace su un infortunio o accetta condizioni insostenibili può farlo non perché ritenga normale quella prassi, ma perché teme di perdere il posto.