La vicenda trae origine dal ricorso contro una sentenza della Corte d’appello di Ancona. I giudici di secondo grado avevano inizialmente negato il risarcimento

Il datore di lavoro può essere ritenuto responsabile se consente, anche solo per colpa, il mantenimento di un ambiente di lavoro "stressogeno" o se adotta comportamenti che causano disagi e pregiudizi alla salute e alla personalità dei dipendenti. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 31367/2025, che rafforza le tutele per i lavoratori vittime di contesti lavorativi mortificanti.

Lo stress lavoro-correlato è la reazione fisica e psicologica che si manifesta quando le richieste professionali superano le capacità del lavoratore di farvi fronte. Non è una malattia, ma una condizione di squilibrio prolungato che può causare patologie psicosomatiche, ansia e depressione. La normativa italiana lo identifica come un rischio oggettivo che il datore deve valutare ai sensi dell'art. 28 del D.Lgs. 81/2008. Esso deriva spesso da una cattiva gestione dell'organizzazione aziendale, da carichi eccessivi o da un ambiente mortificante che lede la dignità della persona.

La vicenda trae origine dal ricorso di una lavoratrice contro una sentenza della Corte d’appello di Ancona. I giudici di secondo grado avevano inizialmente negato il risarcimento, ritenendo che le patologie psicosomatiche della donna non fossero direttamente collegate a condotte datoriali di "oggettiva valenza mobbizzante", ma piuttosto a semplici mancanze di buona educazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribaltato questa impostazione, sottolineando che la responsabilità del datore non scatta solo in presenza di mobbing intenzionale, ma anche quando la gestione organizzativa dell'azienda diventa un fattore di rischio per la salute.