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20 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 16:29
Chiamare “leccaculo” un capo può costare un licenziamento. Legittimo per la corte di Cassazione il provvedimento nei confronti di una dipendente che insultò il superiore davanti ad un collega. Il verdetto, reso noto dal Messaggero, riguarda il caso di una donna di Acireale e risale al 2018. La Suprema corte aveva confermato la sentenza della Corte d’Appello di Catania che avevano qualificato di “notevole gravità” le condotte della dipendente che si era rivolta al suo superiore utilizzando “un epiteto volgare, in un contesto di dissenso rispetto ad una direttiva impartita, ritenendo tale espressione indice di insubordinazione”.
Tutto questo in presenza di una collega dimostrando così “un atteggiamento di sfida e disprezzo verso l’autorità“, scrivono gli ermellini nella sentenza depositata il 25 luglio scorso. La Corte d’Appello di Catania, nella sentenza del 2023, “ha valutato la gravità intrinseca dell’epiteto non come ‘alterco o diverbio” ma come una vera e propria insubordinazione “specie considerando il contesto in cui è stato pronunciato, ossia in presenza di un’altra dipendente “che ne accentua la gravità e la platealità”.








