Crescere più degli altri oppure crescere insieme agli altri? Sembrano domande di filosofia morale, ma definiscono concretamente il modo in cui costruiamo la scuola, il lavoro, le imprese, in buona sostanza la società. In un recente articolo pubblicato dal Financial Times, l’economista Jinu Koola racconta lo spaesamento provato quando, nella scuola norvegese frequentata dal figlio, le fu spiegato che lo scopo dell’istruzione non era selezionare rapidamente i più capaci, ma evitare che qualcuno rimanesse indietro.

Per una donna cresciuta negli Stati Uniti e arrivata a Harvard attraverso lo studio e la competizione, quella risposta aveva quasi il sapore di un’eresia. In America essere “nella media” significa spesso aver perso la gara. In Norvegia, osserva Koola, significa appartenere a una società nella quale anche una persona normale può condurre una vita piacevole.

Non una società che impedisce l’eccellenza, dunque, ma una società nella quale non è necessario essere eccezionali per essere rispettati, curati, istruiti e messi nelle condizioni di costruirsi un futuro. (concetto di “good enough”). È qui che il confronto tra il modello americano e quello nordeuropeo diventa più profondo della consueta contrapposizione tra mercato e welfare. Il tema centrale, in estrema sintesi, è quale idea dell’essere umano vogliamo porre al centro della nostra società, della nostra convivenza?