Sono anni che l’introduzione del digitale nella didattica ha sollevato interrogativi sulle priorità tra l’aggiornamento delle competenze dei docenti e il cambiamento dei curricula per adeguarli a un mondo del lavoro che, proprio grazie al digitale, cambia e richiede nuove competenze. La digitalizzazione della scuola è stata vista come una corsa inevitabile verso il futuro, e anche l’introduzione di strumenti digitali nelle scuole ha sempre coinciso con la prospettiva di una didattica migliore. Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
La Norvegia ha deciso di cambiare rotta. E così, dal prossimo anno scolastico, gli studenti tra i 6 e i 13 anni non dovrebbero utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa, mentre tra i 14 e i 16 anni l'impiego sarà consentito solo in modo graduale e sotto la supervisione degli insegnanti. Nella scuola superiore l'obiettivo diventa preparare gli studenti ad un uso responsabile dell'intelligenza artificiale in vista dell'università e del lavoro. Parallelamente e cogliendo di sorpresa molti ancora scettici, il governo ha deciso di rafforzare il ritorno ai libri cartacei e ai materiali stampati nella scuola dell'obbligo.
La decisione ha intensificato il dibattito e qualcuno l'ha interpretata come un ritorno al passato come fosse una bocciatura della tecnologia e un passo indietro, quasi una negazione dell’inevitabile. In realtà, leggere la notizia in questa ottica è un errore, perché la domanda che la Norvegia ora pone all'Europa è molto più che un quesito temporale: è un vero dilemma: in che modo la tecnologia aiuta davvero ad apprendere e come si può evitare il rischio di condizionare lo sviluppo delle capacità cognitive?







