Certe volte non serve mandare i militari: meglio mandare i civili. Il Marocco lo sa per esperienza storica. Nei primi giorni del novembre del 1975, Francisco Franco era morente, Juan Carlos era il capo di Stato temporaneo e la Spagna si preparava a una transizione istituzionale non facile. Il re del Marocco, Hassan II, vide un’opportunità nella situazione: organizzò una grande marcia, la Marcia Verde, e inviò un corteo di 350 mila civili verso il confine del Sahara Spagnolo, pronti a invadere: per fare sapere a Madrid che quel territorio non poteva essere autonomo ma del Marocco. Da Washington, il segretario di Stato Henry Kissinger osservò con una certa benevolenza. In pochi giorni, la crisi finì e lo status della regione, che oggi si chiama Sahara Occidentale, resta una questione aperta.
Nel 2021, Brahim Ghali, capo del Fronte Polisario che si batte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, fu accolto, malato di Covid, in un ospedale spagnolo. Rabat si infuriò con Madrid e con il primo ministro Pedro Sánchez — il Fronte è avversario diretto del Marocco — e organizzò la prima invasione di Ceuta, con una decina di migliaia di migranti. La drammatica invasione della stessa exclave spagnola da parte di 60 mila marocchini, nei giorni scorsi, sembra essere la continuazione dello sperimentato metodo di Rabat: mettere pressione su Madrid non con l’esercito ma con un fiume di migranti o apparenti tali. Probabilmente, anche questa volta l’irritazione del re del Marocco, Mohammed VI figlio di Hassan II, è una questione di egemonia regionale: la vicina Algeria sostiene formalmente il Fronte Polisario e Sánchez ha visitato Algeri lo scorso 20 luglio per ricucire un rapporto interrotto proprio sul caso Ghali del 2021.










