Dall’1 giugno al 31 luglio 2026 abbiamo contato ben 27 incendi avvenuti presso altrettanti impianti riconducibili al riciclo delle plastiche. Dalla Toscana alla Sicilia, dal Veneto alla Lombardia passando per la Campania, Puglia, Piemonte, Sardegna e Friuli V. Giulia è avvenuta una “epidemia di incendi” alcuni dei quali manifestamente dolosi come quello di Sarno presso impianto Termoplast.

L’associazione dell’industria in questione (Assorimap) già dall’ottobre 2025 aveva attenzionato in proposito il Ministero dell’Ambiente sulla questione a cui è conseguito al momento, quale unico atto, solo l’autorizzazione ad aumentare le attività di stoccaggio degli impianti. Questa “storia” non è certo nuova e già dal 2017, attraverso la Commissione Parlamentare d’inchiesta era stato appurato che almeno il 20% dei roghi risultava doloso e che “stranamente” essi avvenivano quasi sempre nei fine settimana quando in genere le attività erano ferme. La “novità” attuale è dettata dal fatto che a causa di una importazione selvaggia da parte dei produttori di materie prime vergini (petrolio) a costi ridottissimi se comparati non solo con le “plastiche da riciclo” ma addirittura con il “normale” prezzo del petrolio lo spazio di “mercato” delle plastiche di riciclo è divenuto inesistente. In questo modo in particolare il “plamix” (il misto di plastiche di minor pregio) non avendo sbocchi di mercato viene ammassato sui piazzali finendo per esporre le popolazioni a roghi devastanti con emissioni di metalli pesanti, diossine (data la presenza di PVC) e di idrocarburi policiclici aromatici. Anche Corepla (il Consorzio di ritiro delle raccolte differenziate di imballaggi plastici) ha elevato il “grido di allarme” dopo, però aver sempre raccontato che l’Italia era leader del riciclo e che non aveva bisogno di “plastix tax”.