Altro che il film di Checco Zalone sul Cammino di Santiago. Questa è una storia vera. È la storia del fotografo e videomaker torinese Diego Bedeschi. Lui, che era soprannominato Forrest Gump perché non stava mai fermo: sempre di corsa, quando faceva atletica e anche quando d’estate faceva l’animatore nei villaggi turistici. Soprattutto si divideva tra il bancone e i tavoli del suo bar a Rivoli, che ha gestito fino al 2009 prima di conoscere Katrin e trasferirsi a vivere a Nembro, nella Bergamasca. «Nel luglio 2016 ho fatto il mio primo Cammino di Santiago – racconta Diego, oggi 46enne –: quasi 900 chilometri in un mese lungo il percorso francese, da Saint-Jean-Pied-de-Port, sui Pirenei, fino a Finisterre, sulla costa atlantica spagnola oltre Santiago di Compostela». Il tutto documentato col drone, la sua passione da quando il fratello di un suo collega gliel’aveva fatto conoscere. Per lui che già amava la fotografia è stato subito colpo di fulmine. Oggi ne ha fatto la sua professione: «Oltre a vendere case turistiche per l’agenzia immobiliare dello zio di mia moglie, realizzo fotografie e video degli immobili».
Il giorno che cambia la sua vita è il 14 maggio 2021: «Era un venerdì, lo ricordo ancora. Dovevo firmare un’autocertificazione per mio figlio che gioca a calcio, e stranamente non riuscivo a tenere la penna in mano. Il giorno dopo avevo la mano destra paralizzata. Non la sentivo più». La corsa al Pronto Soccorso di Alzano Lombardo – dove tra l’altro infuriava il Covid –, i primi esami, la Tac, il ricovero a Seriate per fare analisi più approfondite. Dopo dieci giorni arriva la diagnosi, impietosa: sclerosi multipla. A Diego crolla il mondo addosso, e pure alla moglie. «Dopo l’iniziale sconforto, mi faccio coraggio e decido di farcela da solo, come sempre. Ma la terapia monoclonale mi debilitava, non riuscivo più a lavorare, anche solo a maneggiare la macchina fotografica». Così crolla per la seconda volta. Dopo la malattia, la depressione. Per sei mesi Bedeschi non esce di casa, un paio di volte pensa anche a come farla finita. «Avevo toccato il fondo, a quel punto non potevo che risalire». La svolta arriva dalla decisione di farsi aiutare da uno psicologo, che lo convince a farsi ricoverare all’ospedale Santa Giuliana di Verona, specializzato in disturbi psichiatrici. Grazie alle cure, pian piano Diego Bedeschi migliora: «Quando sono entrato in clinica avevo sempre due mostriciattoli sulle spalle: uno bianco di nome “Sclero”, che dormiva continuamente, l’altro nero e cattivo, di nome “Depre”. Col passare dei giorni lo vedevo sempre più stanco. Finché, dopo un mese e mezzo di ricovero, non l’ho più visto e ho capito di essere guarito».








