35,9 gradi nell’aria, 45,3 sulle superfici urbane. Sono le temperature medie registrate nelle ore più calde in sei quartieri periferici di Napoli, Milano, Roma, Torino, Terni e Bari. In alcuni punti l’asfalto ha superato i 62 gradi (virale è diventato il caso dello chef Antonio Rizzuto che a Palermo ha cucinato un uovo su un muretto), mentre la gomma dei parchi giochi è arrivata anche 75,6. E quasi due infrastrutture o servizi su tre tra quelli censiti risultano esposti al sole. I dati della campagna 2026 “Che caldo che fa! Contro la cooling poverty: città più fresche, città più giuste”, realizzata da Legambiente con la Croce Rossa Italiana e RSE, descrivono città nelle quali l’aumento delle temperature si combina con una distribuzione molto diseguale di alberi, ombra, acqua e spazi pubblici attrezzati. In pratica, le ondate di calore non colpiscono tutti allo stesso modo. Il caldo estremo, del resto, non investe uno spazio urbano neutro: incontra quartieri già differenti per reddito, qualità degli edifici, disponibilità di servizi e cura del territorio. Finisce così per amplificare fragilità preesistenti, trasformando anche la possibilità di trovare refrigerio in una misura concreta della disuguaglianza.
Ondate di calore e diseguaglianze: nelle periferie al suolo fino a 64 gradi
Poche aree verdi e sistemi di climatizzazione, l’elevata urbanizzazione: nei quartieri con i redditi più bassi il caldo è più intenso e difendersi è difficile.…









