La lezione di Hormuz è semplice e scomoda insieme. Le strozzature contano meno di quanto ci siamo abituati a credere; contano molto di più le alternative che si sono costruite prima, quando nessuno guardava. Vale per l’energia oggi, varrà domani per i semiconduttori, per le terre rare, per i cavi sottomarini. Chi ha alternative non si fa ricattare. Chi non le ha negozia sempre da una posizione in cui il prezzo lo decide qualcun altro. Il commento di Raffaele Volpi

Il 30 luglio il Brent viaggiava a 88 dollari al barile e il gas europeo TTF a 59 euro per megawattora. Sono numeri alti, ma non sono numeri da catastrofe: nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, il TTF superò i trecento euro. Eppure la contrazione dell’offerta che stiamo attraversando è, sulla carta, incomparabilmente più grave. Secondo gli economisti della Banca centrale europea la guerra in Medio Oriente ha sottratto ai mercati una media di quattordici milioni di barili al giorno, il quattordici per cento dell’offerta mondiale. La guerra in Ucraina, per confronto, ne ha sottratto uno.

Qualcosa è cambiato, e le conseguenze vanno ben oltre il Golfo.

Partiamo da come funziona una strozzatura. Lo Stretto di Hormuz è largo poco più di trenta chilometri nel punto più angusto e ci passano ogni giorno circa venti milioni di barili di petrolio, più quantità rilevanti di gas liquefatto. La sua importanza non è geografica ma funzionale: è un meccanismo di conversione della potenza. Consente cioè a un attore relativamente debole – missili anti-nave, mine, droni, piccole imbarcazioni veloci e soprattutto ambiguità sulle proprie intenzioni – di ottenere un effetto sistemico sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. Non serve affondare le petroliere: basta rendere incerto il passaggio perché i premi assicurativi salgano e i mercati scontino il rischio. Il chokepoint non è un luogo, è un moltiplicatore.