"Per come si è messo il dibattito, è l’idea stessa di tenere le primarie che ci sembra debba essere ripensata". Paolo Mieli, oggi editorialista e già direttore del Corriere della Sera, sconsiglia vivamente Elly Schlein e il Pd di gettarsi in quello che a suo avviso sarebbe un lancio senza paracadute: "Un conto, lo si è detto più volte, è andare ai gazebo a consacrare un candidato già scelto dal sinedrio. Altra cosa è — come si preannuncia — dilaniarsi sul riarmo europeo. Anche a dispetto di una generica formula programmatica", scrive oggi sul giornale di via Solferino.

"Se verrà costretto a confrontarsi con Schlein su questi temi, Conte sarà obbligato a radicalizzare le proprie posizioni - prosegue Mieli - Se poi altri candidati scendessero nell’arena, magari per indebolire Conte o Schlein (togliendo voti all’uno o all’altra), le cose potrebbero anche peggiorare. E finire in rissa. A vent’anni dalla loro invenzione si può dire apertamente: le primarie all’italiana o sono fasulle o sono una iattura".

Per di più "dopo i due netti pronunciamenti di Conte [sull'Ucraina, n.d.r.] (che — è chiaro — nel corso dell’estate diventeranno tre, quattro, cinque), le primarie ci appaiono ancora peggio. E se Schlein anziché reagire con la consueta flemma — cioè lasciando all’eroico Igor Taruffi l’ingrato compito di rimbeccare Conte e intervenendo a scoppio ritardato con considerazioni più diluite — se Schlein, dicevamo, rispondesse tempestivamente e per le rime al leader del M5S si finirebbe in area divorzio".