Siamo così presi dagli affanni della cronaca e dalla estemporaneità alle polemiche politiche, che quando si parla di migranti perdiamo di vista la complessità del problema. Che, per inciso, ci ha preceduto nei secoli, anzi nei millenni, e sopravviverà alle nostre modeste ricette: si tratti di sanatorie allegre o di tristi muri. E così un fenomeno connaturato con le macroscopiche vicende dell’umanità, diventa materia permanente di propaganda spicciola, conflitti governativi, campagne elettorali.

Vedremo cosa uscirà dal vertice europeo convocato in tutta urgenza dopo l’assalto all’exclave spagnola di Ceuta e alla sospensione di Shenghen da parte dell’Italia, ma temiamo che l’approccio basato sugli schieramenti ideologici, sugli opposti populismi, al massimo tamponerà l’emergenza, sino alla prossima invasione. D’altra parte, lo spettacolo che sta offrendo l’Europa può strappare applausi solo ai suoi conclamati detrattori: da una parte l’America trumpiana, dall’altra la Russia putiniana. E questo dovrebbe farci riflettere.

La dinamica

Partiamo da un presupposto. Le migrazioni irregolari sono lo specchio di un’asimmetria: tra Paesi in pace e Paesi in guerra, tra Paesi democratici e Paesi che negano le libertà fondamentali, soprattutto tra Paesi in grado di ridistribuire ragionevolmente la ricchezza prodotta e Paesi condannati alla povertà. Tra le tante sfide che siamo chiamati ad affrontare, quella alla disperazione è la più radicale. E forse quella maggiormente rimossa, data la complessità dell’impresa. In un mondo ideale, che non è il nostro, la riduzione dei grandi divari risolverebbe la piaga delle migrazioni incontrollate.