PASSO DELLA FUTA (Firenze)

La scena finale sul colle della Futa a sole ormai calante, coi sette attori vestiti di nero, in controluce, che si passano al rallentatore il coltello che dovrà uccidere Josef K. è un piccolo capolavoro di regia. Paiono ombre cinesi, quelle figure, e annunciano il finale tragico del Processo di Franz Kafka. È una scena struggente, emozionante, culmine dell’allestimento curato dalla compagnia Archiviozeta al Cimitero germanico della Futa. È una scena piena di simboli e di rimandi, tanto più che sotto i piedi di attori e pubblico, mentre si trasforma in teatro itinerante l’opera di un autore ebreo, riposano i corpi di oltre trentamila soldati austriaci e tedeschi uccisi in Italia nella guerra voluta dal nazismo in un estremo ma lucido, per quanto fallimentare, disegno di onnipotenza.

Il processo denuncia gli abissi incorreggibili del potere, il disagio dell’uomo nell’assurdità del mondo; è un’opera sulla colpa e sull’impossibilità di un’autentica redenzione. Un’opera però non rassegnata, che aiuta anzi a intervenire nel mondo, perché la colpa, alla fine, non è davvero di tutti, ma solo di alcuni, e agli altri, semmai, tocca il compito di reagire, di non restare indifferenti.